Mercato fra Coronavirus e cigni verdi

07-02-2020

Il primo mese dell’anno è statisticamente positivo per i mercati finanziari ma questa volta non è andata così per la quasi totalità dei principali listini di borsa. Dopo un 2019 straordinariamente buono per tutte le classi d’investimento, gennaio ha visto una prima quindicina caratterizzata dalle tensioni geopolitiche Iran/USA. Vi è poi stata una ripresa fino al 22 gennaio legata alla firma degli accordi “Fase 1” fra USA e Cina. L’avvento del Coronavirus dalla Cina non ha risparmiato nemmeno le Borse. Abbiamo così assistito a importanti vendite che hanno colpito i settori più esposti alla Cina. Le azioni delle compagnie aeree sono crollate dopo lo stop dei voli da e per la Cina; altri titoli sotto pressione sono stati quelli dei  beni di lusso e del turismo. Secondo le prime stime, l’impatto del virus sull’economia cinese potrebbe rappresentare un costo dell’1% del PIL e questo spiega il forte calo del petrolio, materia prima ciclica per eccellenza. Goldman Sachs (GS) ha studiato come in casi simili quali la SARS nel 2003, l’H1N1 nel 2009 e H7N9 nel 2013, l’Eurostoxx50 (di cui il 10% delle vendite deriva dalla Cina) sia sceso del 6% con una ripresa già dopo tre settimane dall’inizio dei focolai. Questa volta però i consumi cinesi sono stati fortemente colpiti (si pensi alla cancellazione delle feste del Capodanno cinese) e quindi i mercati risaliranno la china quando vi saranno i primi segnali di decelerazione dei contagi. Gli analisti di GS mantengono una preferenza per l’azionario ciclico anche perché i risultati societari in pubblicazione in queste settimane sono risultati nel 74% dei casi migliori del previsto con conseguenze positive sulle previsioni di utili per il 2020. Oltre ai dati micro e macroeconomici, la crescita economica mondiale  guarderà anche alla sensibilità degli investitori e delle banche centrali nei confronti del cambiamento climatico. Larry Fink, Ceo di BlackRock, la più grande società mondiale di asset management con 7mila miliardi di dollari in gestione, afferma che “siamo sull’orlo di una completa trasformazione della finanza a causa del cambiamento del clima”. Questo sta portando “ad una profonda rivalutazione del valore e del rischio degli asset”. La Banca dei Regolamenti Internazionali, ritenuta la banca centrale delle banche centrali con sede a Basilea, ha pubblicato il libro “Il cigno verde”. In finanza la teoria del cigno nero si riferisce a eventi inaspettati di grande portata e grandi conseguenze. Il cigno verde è invece il nuovo rischio finanziario dovuto al clima. Dal 2021 le banche centrali saranno una “sorta di agenzia globale che inizierà a influenzare oltre alla politica monetaria, anche quella industriale. La ricchezza privata e pubblica si sposterà per esempio dagli asset fossili o inquinanti agli asset verdi. Il “Green deal” europeo è una strategia di crescita incentrata sul clima.  

NEWS (Gennaio 2020)

31-01-2020

2019, l’anno dei record

06-12-2019

Nel nostro articolo d’inizio anno avevamo scritto della “passeggiata casuale” di Malkiel. Questi afferma che: “una scimmia con gli occhi bendati che lancia freccette su una lista di titoli azionari è capace di creare un portafoglio performante come quello creato da un esperto”. Non ritorniamo sulla bontà della teoria, però estrapolando, confermiamo, con il senno del poi, che quest’anno anche un investimento casuale fatto su 4 delle 5 classi d’investimento avrebbe avuto un risultato positivo. Negli ultimi 35 anni è la prima volta che la performance di azioni, obbligazioni, oro e petrolio è positiva contemporaneamente per tutte le quattro classi. Questo non è un fatto scontato perché la correlazione fra azioni ed obbligazioni è negativa (si guadagna su una e si perde sull’altra) ed è stata positiva solo quest’anno e nel 1995. Il 2019 è un anno dei record ma l’investitore in CHF che avesse optato solo per la quinta classe d’investimento, la liquidità, avrebbe perso denaro. Infatti il classico conto corrente genera ad oggi solo spese e zero interessi (o addirittura interessi negativi). In novembre tutti i listini europei e statunitensi hanno continuato la loro corsa verso nuove vette. Poca spinta l’hanno avuta invece l’indice inglese, l’MSCI World e l’MSCI Emerging Market. Il mese appena iniziato statisticamente è di stabilità per le borse (nel 2018 non fu così). E’ pur vero che la firma della “Fase 1” dell’accordo commerciale sino-statunitense, prevista nella seconda quindicina del mese, le tensioni in Hong Kong e le votazioni in Inghilterra rappresentano sempre una spada di Damocle sulle contrattazioni. Le principali borse hanno la volatilità ai minimi storici e per qualche osservatore questo è un indizio di fragilità. Alcuni listini hanno superato nuovi record a fine novembre e quindi delle prese di beneficio diventano fisiologiche. Attenzione quindi agli allarmismi eccessivi, al canto delle sirene, alle cassandre, ai pessimisti cronici, agli Armageddonisti, insomma a tutte quelle specie di gufi che ci ammorbano con previsioni di crisi ormai alla porta. Pensare di ridurre il rischio dei propri investimenti per esempio vendendo azioni ed acquistando obbligazioni o lasciando il realizzato in liquidità, sul lungo termine non rende! La prova? Un’analisi del Wall Street Journal ce lo dimostra. Semplificando: se, prima dello scoppio della crisi del 2008, diciamo dall’1/1/2007 avessimo investito nello SMI, oggi avremmo realizzato un +19.43% (+15.12% in obbligazioni). Se avessimo investito invece dopo il crash di borsa del 2007/2008 con l’inizio della ripresa dall’1/3/2009 ad oggi, questo è il risultato: SMI +136.43% e obbligazionario +15,71%. La storia finanziaria ci insegna che quel che conta non è il bubolare dei gufi ma solo verificare il proprio profilo di rischio. Buone Feste! 

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 06.12.19

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