Sui mercati pesa il rischio di una guerra commerciale

06-07-2018

Alle borse non piace l’incertezza e di fronte ai rischi di una guerra commerciale che coinvolge le maggiori economia mondiali, l’andamento delle azioni risulta fortemente irregolare. Eppure il mese di giugno era cominciato positivamente, tanto che l’indice MSCI World è salito fino al 14 giugno, dopo di che vi sono state le prime avvisaglie di ribasso e poi le vendite si sono accelerate fino a fine mese. La Fed statunitense ha deciso di aumentare i tassi di un quarto di punto e a sorpresa ha anche anticipato che nell’anno vi saranno non tre ma quattro interventi sui saggi. La Banca centrale europea ha dal canto suo confermato la cessazione in dicembre del programma da 2500 miliardi Euro di acquisto di obbligazioni e detto che “non prevede aumenti dei tassi almeno fino all’estate 2019”. Le due notizie hanno avuto come conseguenza immediata un violento deprezzamento del cambio €/$ che è passato da 1.1792 a 1.1576 (ora 1.17). L’economia statunitense continua a crescere ma in prospettiva gli investitori stanno tenendo sotto stretta osservazione l’inflazione e la curva del debito statunitensi. La prima è balzata al 2.8% sulla spinta dell’aumento dei salari ed in seconda battura del costo dell’energia. Una notizia tecnicamente buona (l’aumento della capacità reddituale delle famiglie) si è trasformata però in preoccupazione per gli addetti ai lavori in quanto “un’inflazione più alta implica in prospettiva tassi di interesse più alti che penalizzano le azioni, i cui dividendi distribuiti iniziano a patire (nel calcolo del rischio/opportunità) la concorrenza dei titoli obbligazionari”. La seconda fonte di preoccupazione è la curva del debito negli Stati Uniti, con la distanza tra i rendimenti a 10 anni (2,93%) e quelli a 2 anni (2,78%) ormai ridotto al lumicino (15 punti base non si vedevano dal 2007!). Per gli addetti ai lavori quando la curva si appiattisce non è un bel segnale di fiducia per il futuro, perché può significare recessione. Tornando ai dazi commerciali. Trump pare intenzionato a proseguire nel doppio attacco a Cina e Germania, i due Paesi che in questo momento generano più surplus nelle esportazioni. Il settore più toccato è quello automobilistico. I produttori tedeschi VW, BMW e Daimler, che fabbricano auto negli Usa per esportarle in Cina, hanno perso in poche sedute attorno al 10%. Adesso c’è l’estate di mezzo, statisticamente non il momento migliore per i mercati azionari. A livello tecnico il mese di luglio è visto al ribasso. Sappiamo (con il senno del poi, è vero) che le previsioni sono fallaci. Un esempio eclatante è quello di UBS su Russia 2018. La banca ha impiegato 18 analisti per 10'000 simulazioni su computer al fine di determinare il vincitore del mondiale di calcio. Il risultato? La Germania! E’ vero che il calcio non è la finanza, ma le previsioni…sono previsioni. Buona estate! 

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 06.07.18

NEWS (Giugno 2018)

28-06-2018

Mercati in balìa della politica

08-06-2018

In questi ultimi trenta giorni di contrattazioni abbiamo assistito a movimenti bruschi su tutti i mercati finanziari. E’ come se l’umore degli investitori fosse in sintonia con il nostro tempo meteorologico che passa in una sola giornata da soleggiato a forti temporali. In maggio la politica ha giocato un ruolo cruciale nell’influenzare l’andamento dei rendimenti obbligazionari, dei cambi e delle azioni. In Italia, per esempio, è tornata l’ombra minacciosa dello spread. Il differenziale del rendimento tra i bond decennali italiano e tedesco è raddoppiato in pochi giorni superando i 300 punti. La mancata creazione del governo e la crisi istituzionale che ne è seguita hanno scatenato massicce vendite sulle obbligazioni governative e sulla borsa. L’indice FtseMib che fino a fine aprile risultava il top performer a livello europeo, ha bruciato in pochi giorni quasi tutta la plusvalenza. Sul Vecchio Continente abbiamo anche assistito al cambio di governo in Spagna e come se si buttasse benzina sul fuoco, l’effetto dirompente si è visto anche sui cambi. L’Euro nel mese si è deprezzato praticamente contro tutte le valute, perdendo in maggio rispettivamente il 2.5% contro dollaro e il 3.59% contro il Franco. Altra piazza che ha subìto le indecisioni politiche è stata quella brasiliana. Lo sciopero dei camionisti ed il tergiversare del governo hanno portato ad un estenuante braccio di ferro che, anche in questo caso, ha generato massicce vendite sul fronte azionario. L’indice Bovespa, primo performer a livello mondiale fino al 16 maggio con un +13.27% sull’anno, ha perso praticamente tutto chiudendo al 30 maggio a +0.46%. In Turchia, il temuto interventismo di Erdogan sulle decisioni della banca centrale ha accelerato il tracollo della Lira che contro Euro al 23 maggio ha toccato i -25%. La banca centrale ha dovuto aumentare drasticamente i saggi d’interesse, cosa che ha permesso alla Lira di recuperare un po’ fino a fine mese fissandosi a -16.25%. Il quadro però rimane a tinte fosche perché le agenzie di rating hanno messo sotto revisione negativa sia il debito sovrano turco, sia quello delle principali banche turche. A casa nostra purtroppo anche lo SMI ha perso, segnando nel mese – 4.83%. In contro tendenza possiamo trovare i mercati statunitensi: i proclami dell’amministrazione sui dazi commerciali ed i tiramolla sugli incontri ad alto livello internazionale, pensiamo a quello fra Trump e Putin e fra Trump ed il leader nordcoreano, non hanno intaccato il buon umore degli investitori. Infatti gli USA hanno un’ottima tenuta dell’economia con la disoccupazione ai minimi da diversi anni. Così gli indici S&P500 e Nasdaq hanno chiuso il mese con ulteriori plusvalenze. Giugno è appena iniziato con segnali di ripresa incoraggianti, avremo comunque occasione di testarne la tenuta.

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 08.06.18

 1 2 3 >  Last ›