Le Borse tra tenuta economica ed incertezza politica

09-04-2018

Dai massimi del 26 gennaio, l’indice globale MSCI World ha perso l’8%. L’andamento trimestrale è risultato piuttosto altalenante e volatile. E’ da diversi mesi che per esempio non si osservava nella stessa giornata di borsa, aperture nettamente negative e recuperi veloci in chiusura di giornata. Eppure a livello economico dopo la crescita sincronizzata globale del 2017, il 2018 dovrebbe registrare “solo sei Stati su 206 in recessione”. Nel mese di marzo “l’economia ha mantenuto un tono robusto” e la FED ha ribadito che l’aumento dei tassi procederà a ritmo graduale. Così lo “spettro di un rapido rialzo dei rendimenti obbligazionari si è allontanato”. Perché allora le azioni sono scese? Le buone notizie sul fronte macro, sono state annichilite dall’incertezza politica: i mercati sono abituati da anni all’apertura, alla globalizzazione, ma tutto ciò è stato messo in discussione con l’annuncio di dazi da parte dell’amministrazione Trump. Così la prima economia europea, la Germania, ha visto calare il proprio indice di Borsa dell 11.6% dai massimi di quest’anno, “il 4% in più della media dei listini globali”. Sul DAX sono stati particolarmente penalizzati le banche e gli industriali. Se osserviamo a livello generale, lo spauracchio di una guerra commerciale non fa piacere proprio a nessuno. I principali indici hanno perso di valore nel corso del mese di marzo e a fine trimestre la maggior parte di essi si trova in territorio negativo. Esistono comunque delle eccezioni, quali Brasile, Russia, Cina. Anche negli Stati Uniti per il momento le performance sono negative, a parte per il settore tecnologico rappresentato dai Nasdaq dove però non si è immuni da movimenti violenti. Infatti in questi giorni abbiamo assistito a vendite importanti su alcuni titoli colpiti da notizie particolari. Facebook dopo lo scoppio del “datagate” ha perso in 11 giorni il 17%, Tesla a causa di un incidente mortale durante un test di guida autonoma è precipitato del 14% in due giorni ed Amazon su voci di tasse sull’e-commerce in un giorno ha perso l’8%. Per gli addetti ai lavori, a livello tecnologico il quadro di fondo rimane favorevole. In generale però a causa dei rischi politici ed il conseguente aumento della volatilità, il suggerimento degli esperti è quello di proteggersi dal materializzarsi di rischi negativi per le borse (guerra commerciale) cercando investimenti poco correlati fra loro e acquistando opzioni put sugli indici azionari. La strategia bilanciata in CHF dell’UBS è scesa dell’1,5% nel mese di marzo per attestarsi a -3% nel 2018; quella obbligazionaria perde invece nel trimestre l’1.26%. Il bene rifugio per eccellenza, l’oro, dal canto suo guadagna l’1.38%. Sul fronte del mercato dei cambi, il Franco si è deprezzato contro tutte le principali valute.

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 05.04.18

Mercati fra aumento della volatilità ed ottimismo sul quadro economico

09-03-2018

L’improvviso ritorno della volatilità in febbraio ha fatto notizia. Dopo il balzo del 238%, l’indice VIX chiude il secondo mese dell’anno con un +79.80%. Per la prima volta da oltre 25 anni, i mercati statunitensi sono risultati più volatili rispetto alle controparti asiatiche ed europee, ma, malgrado ciò, gli indici azionari USA su base annua sono ancora positivi, come del resto quelli dei paesi emergenti, mentre chi si trova in territorio negativo sono i listini europei. I recenti cambiamenti intervenuti negli Stati Uniti come per esempio il rendimento del Buono del Tesoro decennale salito da inizio 2018 del 20% al 2.87%, i timori di una stretta monetaria più veloce del previsto da parte della Federal Reserve (ora il consenso di mercato si attende 4 aumenti dei saggi nel 2018 contro i 3 previsti ad inizio anno) e le misure protezionistiche dell’amministrazione Trump (pensiamo ai dazi su acciaio e su alluminio), hanno reso gli investitori piuttosto nervosi. Vi sono così state delle vendite che hanno colpito i settori più vulnerabili ad una guerra commerciale fra Europa e USA. Se volgiamo lo sguardo in casa nostra, notiamo come lo Swiss market Index, appesantito dalle minusvalenze delle multinazionali, sia fra i peggiori performers su base annua; fra le società quotate che lo costituiscono, solo due assicurative hanno messo a segno una plusvalenza (Zurigo, Swiss Re) mentre tutte le altre sono in negativo. Le tre peggiori sono ABB, Lonza e Nestlé. Non molto distanti dalla realtà svizzera, troviamo la Germania, dove il DAX presenta solo 3 titoli su 30 in attivo. Un po’ meglio la Francia il cui listino, il CAC 40, vede 10 azioni su 40 in positivo. In controtendenza a livello europeo troviamo l’indice italiano FTSE MIB che a fine febbraio segnava ancora +4,29% per poi perdere smalto in marzo e dopo le elezioni politiche. Il fatto che nessun partito o coalizione abbia i voti necessari per formare un governo porterà ad una “grande coalizione” o a ripetere le elezioni. I mercati si attendono a questo proposito delle “lunghe trattative” che potrebbero far aumentare la volatilità degli assets italiani. I titoli ad essere stati penalizzati dall’incertezza sul voto sono stati gli assicurativi, i bancari e le società legate a Berlusconi (Mediaset). Per il futuro prossimo, oltre al caso italiano, gli addetti ai lavori sono molto interessati al nuovo outlook economico della BCE che dovrebbe prevedere più crescita ed inflazione nonché una decisione sulla politica monetaria quest’estate. L’Euro dovrebbe uscirne rafforzato anche grazie a dati macroeconomici come l’indice manifatturiero che non risultava così alto da inizio 2011. Al momento una strategia bilanciata in CHF segna -1.77% ma gli operatori istituzionali mantengono il loro ottimismo e la sovraponderazione sulle azioni globali.

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 09.03.18

NEWS (Febbraio 2018)

01-03-2018

L’orso è ancora in letargo?

09-02-2018

Il 2017 è stato un anno di performance stellari per i mercati azionari mondiali. Fra gli indici da noi seguiti, il migliore è stato il cinese Hang Seng (+36%), tallonato dall’ MSCI Paesi Emergenti (+34,35%) e dal Nasdaq 100 (+31,52%). Il nostro SMI è salito (+14,14%) risultando il primo fra i listini in Europa dove l’indice più rappresentativo, l’Eurostoxx50, è invece il fanalino di coda (+6.49%). Un portafoglio bilanciato di UBS in CHF ha reso il 9.14%; a livello dei cambi abbiamo assistito ad un importante apprezzamento dell’Euro sia contro CHF (+9.20%), sia contro USD (+14.12%), tendenza rialzista che ha contraddistinto anche l’oro (+13.11%) ed il petrolio (+17.69%). Il 2018 è iniziato positivamente per le borse: in gennaio lo S&P 500 ha messo a segno il più forte rialzo da 20 anni a questa parte ed i listini dei paesi emergenti sono stati i più redditizi. Lo SMI è rimasto invece in territorio negativo appesantito in particolare dal calo di due suoi pesi massimi, Roche e Nestlé. Nel frattempo è iniziata la pubblicazione dei risultati societari: a livello statunitense, il 45% delle aziende ha reso noto i bilanci trimestrali e l’80% di esse batte le stime. In Europa siamo invece al 20% con il 50% di risultati migliori del previsto. Il supporto degli utili aziendali è importante soprattutto per delineare gli scenari probabili sui mercati. In queste ultime due settimane di contrattazione abbiamo assistito a delle correzioni ribassiste piuttosto importanti. I listini, dopo aver raggiunto nuove vette, hanno subìto delle prese di beneficio e delle vendite dettate in particolare dal timore di un veloce aumento dei tassi negli USA a causa dell’inflazione. Per gli addetti ai lavori comunque queste vendite sarebbero tecniche: il mercato orso, quello ribassista per intenderci, non figura fra gli scenari principali degli osservatori. L’orso sarebbe ancora in letargo quindi. Sappiamo comunque che, come per l’animale, anche per l’orso borsistico il letargo non è assoluto, a volte il plantigrado può uscire dalla tana per brevi periodi per procacciarsi del cibo e dare qualche zampata. E la zampata c’è stata: lunedì 5/2 il Dow Jones ha perso in poche ore fino a 1600 punti per poi chiudere con -1175.21 punti (-4.60%). L’ondata di vendite si è poi estesa agli altri continenti. Un crollo di questo tipo non si registrava dal 2011. La volatilità del mercato è più che raddoppiata passando da 17 a 37. Un portafoglio diversificato con investimenti decorrelati fra loro è la regola nella gestione patrimoniale. Nelle prossime settimane i mercati rimarranno fragili e per gli investitori è importante ripensare a dei ribilanciamenti di strategia per mantenere gli investimenti negli obiettivi di resa e di rischio previsti. Stiamo all’erta insomma!

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 09.02.18

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