La crisi del lavoro, i piani di rilancio e la deglobalizzazione

13-02-2009

Dopo i rialzi registrati nei primi giorni di gennaio, i principali listini mondiali hanno cominciato a perdere terreno chiudendo le prime sei settimane del 2009 in territorio negativo. Le borse devono digerire le pessime notizie provenienti dall’economia mondiale e dalle aziende. Negli USA la disoccupazione ha raggiunto il 7,60% che rappresenta la punta più elevata dal 1992. Dal dicembre 2007, inizio della recessione, gli USA hanno perso 3,6 mio di posti di lavoro, la metà dei quali nel corso degli ultimi tre mesi. La crisi del mercato del lavoro è la più grave dal Secondo Dopoguerra e la Casa Bianca ammonisce che il tasso di disoccupati potrebbe superare il 10% in assenza d’interventi di stimolo. Negli Stati Uniti sono in atto dei cambiamenti sociali con le donne che potrebbero presto essere la maggioranza degli occupati per la prima volta nella storia americana; infatti l’82% dei posti persi finora impiegava uomini, soprattutto nell’industria pesante, e le donne sono ora il 49% dei lavoratori dipendenti. I grandi nomi della Corporate America stanno falciando l’occupazione: in un unico giorno, il 26 gennaio, Microsoft (tecnologia), Caterpillar (costruzioni) e Macy’s (grandi magazzini) hanno annunciato l’eliminazione di oltre 50mila posti di lavoro. Le aziende temono un futuro incerto e diminuiscono i costi tagliando sul personale. Gli stati dal canto loro propongono piani anti-crisi che, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, “avranno un impatto sulla crescita del 2009 dei paesi del G20 compresa tra lo 0,5 e l’1,25%”. La spesa pubblica al momento sembra l’unico contributo tangibile per contrastare una “crisi finanziaria senza precedenti”. Intanto si vedono i primi segnali di de-globalizzazione con l’acuirsi di atteggiamenti neoprotezionistici; gli USA nel piano di rilancio da 800 mia Usd, hanno inserito la clausola “Buy American” che prevede di usare solo acciaio americano per i lavori infrastrutturali finanziati dal piano di stimolo. Obama, dopo l’irritazione dei partner commerciali (UE in primis), ha fatto approvare al Senato un testo che afferma che le misure “Buy American” devono essere compatibili con gli accordi internazionali siglati dagli Stai Uniti. Sarkozy, nell’intento di rassicurare i lavoratori francesi ha detto di attendersi che le aziende nazionali beneficiarie di aiuti statali rimangano in Francia e di non capire chi produce (Peugeot ndr) nella Repubblica Ceca per il mercato francese. In Inghilterra ci sono in atto dispute sindacali contro l’utilizzo di lavoratori stranieri ed in Svizzera si è votato sull’estensione della libera circolazione . In questo quadro a tinte fosche, un sussulto di colore e spensieratezza ce lo darà il Carnevale. Buon divertimento!   

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 13.02.09

Retrospettiva 2008 e prospettive

09-01-2009

Il 2008 è stato un “annus horribilis” per i mercati azionari che hanno fatto registrare le peggiori perdite dagli anni ’30. La capitalizzazione delle principali borse è sprofondata del 30-50% e nel caso di Russia e Vietnam  addirittura del 70%. Le gestioni patrimoniali in CHF al 31.12.08 hanno fatto segnare performance negative tra il -35%/-40% per il profilo “azionario”, tra il -18%/-22% per il “bilanciato” (con 50% in azioni), tra il -2%/+2% per l’”obbligazionario”. Le gestioni alternative, dopo vent’anni di risultati positivi, si sono piegate alle oggettive difficoltà operative ed allo scandalo Madoff: l’indice HFRX sui fondi di fondi hedge si stima che abbia perso il 18%. Durante questa crisi globale che è andata accelerando dopo il fallimento in settembre della Lehman Brothers, solo i titoli di stato si sono distinti con dei rialzi. Comunque dopo i minimi annuali del 21-22 novembre, gli indici hanno iniziato la risalita supportati in particolare dagli ingenti aiuti statali di USA, Cina ed Europa che con pacchetti fiscali, nazionalizzazioni, garanzie, prestiti, spesa pubblica,  hanno riportato un po’ di fiducia e di stabilità sulle piazze. Confortato da questo capitalismo “salvagente” il nuovo anno finanziario è cominciato con i botti (le borse in gennaio guadagnano già attorno al 5%). Le prospettive rimangono però molto incerte. Gli esperti ritengono che ci sarà un’acuta recessione almeno per tutto l’anno e forse oltre. Il perdurare del “credit crunch” potrebbe addirittura condurre ad una depressione, scenario però che per gli addetti ai lavori rimane poco probabile in quanto esiste un impegno politico mondiale perché l’economia torni a crescere. Il contesto non è di facile lettura: da una parte gli indicatori di capitolazione degli investitori ed i segnali di rallentamento del “deleveraging” fanno ritenere che siamo giunti a livelli minimi di un mercato ribassista. D’altro canto però, come ci ha insegnato il 2008, la crisi può diffondersi rapidamente in altri ambiti e creare nuovi problemi su larga scala. Ma il cauto ottimismo prevale secondo gli analisti scelti da Barron’s per le previsioni 2009: l’indice S&P 500 è previsto tra i 950 ed i 1100 punti a fine 2009, in rialzo rispetto ai valori attuali. Ma per la prima metà del 2009, le prospettive più probabili per le borse sono caratterizzate da fasi d’alta volatilità: si avranno forti rally generati dagli investitori di lungo termine (casse pensioni, hedge funds) e repentine inversioni di tendenza causate da realizzi relativi a notizie negative sull’economia e sulle aziende. Insomma, il Toro e l’Orso continueranno ad alternarsi per qualche tempo. Nell’attesa di sapere chi dei due la spunterà, auguriamo ai nostri lettori un Nuovo “annus mirabilis”.  

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 09.01.09

Un capitalismo salvagente

31-10-2008

Per i mercati finanziari il mese d’ottobre è statisticamente negativo. Dopo i crash del 1929 e del 1987,  assistiamo al crash del 2008 che per ampiezza, durata e violenza passerà alla storia. La maggior parte dei guru della finanza e degli economisti hanno sottovalutato gli effetti devastanti di questa crisi finanziaria; il sistema capitalista anglosassone nato 25 anni orsono dalla rivoluzione economica reaganiana ed esaltato dalla deregolamentazione e dall’indebitamento della fine degli anni ’90, è imploso. I listini di tutto il mondo hanno perso dall’inizio dell’anno tra il 40 ed il 60%, ma il calo maggiore lo si è registrato nei primi dieci giorni d’ottobre con gli indici mondiali precipitati in media del 20% rispetto alla fine di settembre. Le vendite dettate dal panico si sono susseguite a causa di notizie di rischio di bancarotta di alcune banche. I governi si sono dati da fare prima da soli e poi concertandosi fra loro per trovare delle misure di contenimento di questa catastrofe finanziaria epocale. Abbiamo così assistito alle seminazionalizzazioni di alcuni istituti di credito, alle garanzie statali sui depositi bancari, alle emissioni di prestiti speciali in favore di banche (storico il soccorso della BNS all’UBS!). Le principali banche centrali hanno voluto anche loro dare un segnale forte ai mercati intervenendo all’unisono con una riduzione di 50 punti base dei tassi di riferimento. Gli aiuti statali ed i tagli dei tassi che si ripeteranno sicuramente nei prossimi mesi, hanno ridato slancio alle borse che in un solo giorno, il 13,  si sono impennate di percentuali a due cifre. Ma ora l’attenzione degli operatori si è rivolta ai dati economici ed ai risultati societari. Questi puntano decisamente a sud, tanto che le borse dopo alcuni giorni di calma apparente, hanno ripreso a scendere scontando una recessione che ora si teme globale. A questi prezzi gli addetti ai lavori ritengono che le azioni siano “svendute” e che ci siano delle occasioni d’acquisto che non si presentano ormai da dieci anni. La cautela rimane d’obbligo a causa del processo di “delevereging” (vendita di titoli a copertura di debiti) che condiziona le borse e le valute (USD, CHF e JPY sono in forte ripresa contro le valute europee ed emergenti). Ma il prossimo futuro cosa ci riserva? Gli esperti del Fondo Monetario credono che lo scenario economico più probabile sia quello di una recessione media o forte, i più pessimisti parlano di depressione. Una cosa è certa, mentre il neonato “capitalismo salvagente” (termine coniato dall’editore J. Weisberg) muove i primi passi perché gli stati possano “salvare” il sistema finanziario, i contribuenti vedono rosso, un po’ per la rabbia, ma molto per la voragine del debito pubblico.  

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 31.10.08

Allegria di naufragi

03-10-2008

I mercati finanziari hanno appena concluso un mese che si è rivelato fra i più drammatici dalla crisi del 1929. Gli indici di borsa hanno bruciato migliaia di miIiardi di USD ritornando ai livelli di tre anni fa. Le pessime notizie si sono susseguite quasi ogni giorno in una spirale senza fine: ai fallimenti della Lehman Brothers e dell’AIG, “salvata” quest’ultima da un’operazione congiunta tra la Fed ed il Tesoro statunitense, si aggiungono il crollo della Washington Mutual, la nazionalizzazione parziale dell’inglese Bradford & Bingley ed i salvataggi governativi in Europa della Fortis e della Hypo Real Estate. Per uscire dall’impasse, alcune banche hanno trovato dei compratori (Merrill Lynch si è offerta a Bank of America, Wachovia a Citigroup) o hanno cambiato la propria natura trasformandosi da banche d’investimento in banche universali (Morgan Stanley e Goldman Sachs). La crisi è profonda, di sistema, tanto che il governatore della Fed parla di “grave minaccia alla stabilità finanziaria degli USA”. Chi è causa del suo male compianga se stesso! verrebbe da dire, perché ormai tutti sappiamo che quanto sta avvenendo è semplicemente l’effetto di una  “deregulation” decennale e di politiche monetarie di tassi bassi volte a sostenere i consumi attraverso l’indebitamento. Il sistema finanziario e l’economia ne hanno tratto beneficio, fino a quando le bolle sul credito e l’immobiliare non sono scoppiate con le conseguenze a tutti note. La recessione è un dato di fatto sia negli Stati Uniti che in Europa poiché in questi ultimi mesi i principali indicatori economici puntano chiaramente a sud. Le soluzioni alla crisi sono anche politiche come dimostra il voto statunitense sul maxi-fondo anti crisi da 700 miliardi di USD proposto da Bush per cercare di stabilizzare il sistema. Ne siamo consapevoli, la socializzazione delle perdite è diventato un costo necessario per restaurare fiducia e per salvare il mercato che ha dimostrato in questo frangente di non sapersi autoregolare. Per gli investitori e per gli addetti ai lavori  le parole d’ordine restano “cautela nell’azione e qualità nell’investimento”. Ad oggi la gestione patrimoniale in Chf ha risultati che sono del -2% per un portafoglio obbligazionario, del -12% per un bilanciato (50% in azioni e 50% in obbligazioni) e del -20% per un azionario. In ottobre inizia la pubblicazione degli utili societari che  probabilmente confermeranno il rallentamento dell’economia. I livelli di borsa sono ormai prossimi alla fase detta di “capitolazione” e la volatilità resterà elevata. In mancanza di certezze, è di regola mantenere la liquidità attendendo tempi migliori. Insomma, “Allegria di naufragi!”. 

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 04.10.08

Estate 2008: le cicale son silenti

04-09-2008

Sul fronte dei mercati finanziari l’estate è stata piuttosto movimentata e calda. In giugno commentavamo come, per le borse,  il primo semestre del 2008 fosse il peggiore dal 1987. In luglio ed agosto i listini hanno continuato con alti e bassi a volte da capogiro. Nella prima quindicina di luglio gli indici mondiali hanno vissuto dei rovesci da brivido trascinati al ribasso dalle brutte notizie sull’inflazione e sugli utili societari. Per questi ultimi Fannie Mae e Freddie Mac rappresentano un caso emblematico; le due società di credito, sponsorizzate dal governo statunitense e garanti di 5200 miliardi di Usd, quasi il 50% delle ipoteche emesse, l’8 luglio hanno visto il prezzo delle loro azioni sprofondare ai minimi da 14 anni ed i rendimenti delle loro obbligazioni scivolare al livello di rischio fallimentare. Nel 2008 sono già fallite nove banche e secondo esperti del settore l’emergenza non è ancora finita. Questa situazione di crisi porta gli istituti bancari ad adottare misure drastiche per cercare di risanare i bilanci (licenziamento di personale, aumenti di capitale proprio). Come afferma l’Economist in un recente articolo sulla vicenda di Fannie e Freddie, “si tratta di capitalismo della peggiore specie: i managers prendono i benefici, i contribuenti sopportano le perdite”. Un commento che potremmo per analogia fare per la situazione dei comuni svizzeri, i quali, dopo le perdite sui “subprime” registrate da alcune grandi banche, dovranno far fronte a minori introiti fiscali. Comunque tutti sanno che l’economia è ciclica; in agosto ci sono state le prime conferme oggettive di un rallentamento della crescita sul piano mondiale, ma c’è stata anche qualche bella sorpresa come la revisione al rialzo del PIL USA (+3,3% risp. 2,7%) ed il calo dell’inflazione dopo il picco di luglio legato in particolare al prezzo del petrolio (ricordiamo i 2 Chf/litro per la benzina verde!). Con il ridimensionarsi del prezzo delle materie prime, le borse potrebbero trovare nuova linfa, ma per gli specialisti la parola d’ordine è “cautela”: il rallentamento generalizzato dell’economia, utili societari ridimensionati e l’inflazione potrebbero perdurare appannando ulteriormente un quadro già a tinte scure. Gli indicatori tecnici non sono convincenti e questo significa che un rally di borsa nei prossimi mesi dovrebbe essere improbabile. Gli indici sembrano avere raggiunto un valore equo. I volumi di contrattazione restano bassi e gli investitori istituzionali mantengono elevata la quota di liquidità a conferma di un pessimismo (realismo?) imperante. Il motto al momento è investire in reddito fisso di qualità. L’estate sta finendo, le cicale sono silenti, è tempo di formiche. 

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 04.09.08

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