Un’estate tra euforia e pessimismo

02-10-2010

L'urlo di MunchL’estate appena trascorsa è stata piuttosto volatile per le borse. Il sentimento del mercato si è diviso fra la fiducia per una lenta ripresa economica ed i timori per un “double dip”, cioè una ricaduta nella recessione. Buona parte degli indici azionari hanno chiuso la stagione non lontani dai livelli dai quali l’avevano iniziata, ma nel mezzo del percorso, le oscillazioni sono risultate ampie. Per es. nel periodo, l’indice S&P 500 è salito complessivamente di un modesto 2%, però si sono registrati tre rally fra l’8% ed il 12% e due ribassi dell’8% e dell’11% con durate di un paio di settimane. Le cause di questo vacillare fra euforia e pessimismo sono da collegare ai dati economici: da metà giugno, le notizie provenienti dagli USA relative all’indice manifatturiero ISM, all’occupazione ed alla fiducia dei consumatori hanno deluso. Poi si sono aggiunti l’incertezza sul debito sovrano europeo, sulla politica monetaria e sulla crescita economica cinesi. Nel mese di luglio la pubblicazione degli utili societari negli USA ha ridato un po’ di fiato alle borse sostenute anche dagli incoraggianti risultati dello stress test sulle banche europee. In agosto però l’aumento della disoccupazione statunitense ai livelli di novembre 2009 e gli indici sulla fiducia che prevedevano un rallentamento della crescita, hanno trascinato al ribasso tutti i listini. A fine estate i mercati hanno invece ripreso a correre al rialzo grazie sempre a dati economici che hanno battuto le previsioni ribassiste precedenti. Alla luce di quanto sopra, gli addetti ai lavori si chiedono se questo andamento altalenante continuerà. La risposta non è scontata, comunque sulla base delle previsioni macroeconomiche, la maggior parte degli esperti ritiene che lo scenario di “double dip”  sia poco probabile. La tesi più accreditata per i paesi dell’area occidentale è quella di un incremento medio del PIL attorno al 2% nel 2011. Non si esclude però la possibilità di un altro trimestre di recessione. Dal canto loro le banche centrali manterranno una politica monetaria accomodante. L’aumento dei tassi si vedrà forse nella seconda metà del prossimo anno. Per le borse, gli analisti prevedono per la fine del 2010 indici tendenzialmente al rialzo (+2%-+6%) supportati da risultati societari positivi in particolare per le aziende esportatrici e per quelle attive nei paesi emergenti. La selezione dei titoli rimarrà un fattore chiave nella gestione patrimoniale come lo dimostra l’andamento discostante di alcune azioni rispetto ai loro indici; al 28.9.10, l’SMI è a -3,23% p.a., le azioni della Roche perdono il 25,94% e la Swatch guadagna il 37.69%. L’indice tedesco DAX, registra un +5,35% contro un -26,19% di RWE ed un +59.34% della BMW. 

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 01.10.2010

Il discorso pubblico della BNS a difesa del franco svizzero

15-09-2010

 

Un’altra volta il franco svizzero ha  toccato i livelli minimi registrati da sempre contro l’euro sforando la barriera dell’1.30. Già dall’ultimo mese si era ventilata una nuova ondata speculativa di vendita massiccia di valute estere delle mal ridotte economie occidentali con in testa il dollaro visto il rallentamento della congiuntura macroeconomica che ha fatto sorgere nuove paure di un “double dip” o doppio tonfo malgrado gli ultimi buoni risultati trimestrali delle società quotate in borsa. Rappresentando il nostro Paese un’economia virtuosa senza turbolenti cambiamenti politici e disordini sociali oltre a una finanza pubblica in perfetta salute, la Banca Nazionale Svizzera (BNS) ha fatto purtroppo scalpitare i fondamentalisti dell’ortodossia monetaria che hanno rimproverato le perdite registrate in seguito all’acquisto di euro in difesa del franco. Tuttavia quest’anno a più riprese e nel corso della conferenza trimestrale della BNS il presidente Hildebrand ha annunciato non senza sorpresa che la deflazione era storia passata e le cifre in crescita dell’economia domestica facevano presagire a un possibile rialzo dei tassi d’interesse confermando le speculazioni dei mercati. Mai tale proiezione si rivelò così equivoca con la curva dei tassi d’interesse a 10 anni oggi soltanto al 2% riflettendo l’angoscia generalizzata del malato senza prospettive, almeno in apparenza, che è l’Occidente.

Anche se col tempo le cose non possono che migliorare, non si comprende proprio in virtù della forza e stabilità del franco la retorica impiegata dalla BNS in un momento chiave che ha fatto il gioco dei fondi speculativi e delle grandi banche d’affari. A dire la verità, la Svizzera non è sola in questa deleteria corsa al rialzo con sfumature simili all’apprezzamento del barile a usd 150 all’inizio della crisi dei crediti. Lo Yen giapponese segue a ruota, ma a differenza del nostro Paese le autorità nipponiche si son dichiarate impotenti per ovvie ragioni commerciali dinanzi alla mancata concertazione di Washington in caso d’intervento sui cambi.

Non è chiaro se il nostro potere d’acquisto sia aumentato notevolmente in patria rispetto all’estero ma ciò sicuramente dovrebbe dissuaderci dallo spauracchio dell’inflazione. Chi sicuramente ci ha guadagnato in questo frangente è chi ha giocato al rialzo sul franco svizzero. In futuro resta da vedere come si muoverà il triumvirato della BNS diretto da un esperto di relazioni internazionali che abilmente in una girandola di valzer è passato in poco tempo da direttore finanziario di fondi speculativi e banche private, tra cui anche la ginevrina UBP che ha promosso il fondo Madoff, ai vertici della BNS.

Se vi è stata un’incongruità tra parole e fatti nei momenti chiave del discorso sulla politica monetaria svizzera, bisognerebbe chiedersi se non vi è un problema tra i componenti di questo nuovo e inedito direttorio.

ACHILLE PIOTTI

Mercato emergente a ritmo di tango

13-09-2010

 

 Suerte, si saluta così in Argentina, buona fortuna quasi a presagire un disastro imminente,seguito da "un mi chiami in caso di emergenza" che desta stupore. La situazione é così grave? E solo un modo di dire. Qualcosa però non torna.

Un europeo che sbarca oggi in quella che fu la terra promessa di molti dei nostri avi é accolto da un certo torpore nella fatiscente San Telmo a Buenos Aires che ospitò nel 19mo secolo orde di emigranti. Il tutto condito da un generale senso di insicurezza, diffidenza e nostalgia e locali dove si balla il triste melancolico tango.

La crisi con bancarotta del 2001 ebbe due conseguenze: la fine delle vacanze all'estero per la classe media possibilmente alla ricerca delle proprie origini nella vecchia Europa e un esodo economico verso litorali più accoglienti come Spagna e Italia per fuggire all'ennesimo tracollo di un paese che ancora nel 1950 rappresentava malgrado le prime avvisaglie d'indebolimento uno dei redditi pro capite più alti al mondo.

Dal 50 in poi non fu che un susseguirsi di crisi politiche ed economiche per rimediare il rischio deflazionista degli anni 30 e delinearsi come paese storicamente neutrale e antagonista degli Stati Uniti sin dalla formulazione della Dottrina Monroe, l'America agli Americani. Dopo gli abituali attriti col grande fratello e le accuse di collaborazionismo contro il regime peronista, si optò inizialmente per il campo dei paesi non allineati, India, Iugoslavia ed Egitto per fare da ponte tra capitalismo e comunismo. Terapie protezionistiche per spronare l'industria manufatturiera colla sostituzione delle importazioni sosituite più tardi da terapie monetarie per riaggiustare l'economia ai nuovi equilibri mondiali della guerra fredda imposti dagli accordi di Bretton Woods, senza dimenticare le giunte militari per ridare ordine ad una società democratica in cui le cui differenze politiche sfociavano in violenta resa dei conti. Tutto terminò con un fracasso a spese del benessere generale e dei diritti dell'uomo. Al punto che Spagna e Italia soccorse da Evita Peron nel dopo guerra declassavano la tanto amata Argentina col processo d'integrazione all'Unione Europea, generando una crisi d'identità in quello che veniva una volta considerato l'Eden.

Produttività declinante, mancanza di capitali domestici, economia orientata sui consumi piuttosto che gli investimenti, crescita demografica con influsso di emigranti superiore rispetto a Canada e Australia, cronica corruzione delle istituzioni pubbliche e dei politici, dei sindacati, delle giunte militari, delle aziende vicine allo stato, mancata corrispondenza microeconomica alle terapie macroeconomiche, apatia politica con conseguente astensionismo elettorale, alternative politiche assenti nella concorrenza democratica con un movimento peronista onnipresente e glorificato dopo il ritorno alla democrazia ma senza un chiaro programma se non quello di alleanze disparate e compromessi dettati da una logica opportunistica e affarista.

L'ultimo grande tentativo di riforma del visionario Menem fu un terzo progetto costituzionale farcito di dovuta retorica per colmare il divario tra l'Argentina Europea e quella Morena, tra i vincenti e i perdenti della storia della Repubblica nata come appendice del vice regno spagnolo che guadagnò grazie al libertador San Martin l'indipendenza dalla previa capitale Lima, epicentro del nord andino ricco in mine d'oro e d'argento, rimpiazzate nello scacchiere mercantilistico spagnolo dall'economia mondiale della specializzazione e dell' esportazione di prodotti agricoli sotto l'egida dell'Impero Britannico. Le terre vennero strappate al paludismo e ai nomadi indigeni con violente campagne di sterminio etnico dal primo dei presidenti della nascente repubblica, il condottiero e caudillo Rosas che nel suo slancio autoritario simile allo spirito feodale e premoderno importato dai colonizzatori spagnoli consolidò il paese intorno agli estancieros, grandi proprietari latifondisti nemici a loro tempo delle encomiendas gesuite del Paraguay e alleatisi per il decollo della pampa argentina intorno alla città portuaria di Buenos Aires.

Un regime personalistico che caratterizzò il corso di altre amministrazioni malgrado le ripetute riforme di stampo democratico nel quadro della costituzione repubblicana. Come con Rosas, così con i leader radicali all'avvento del suffragio universale, con Peron dopo la grande depressione, con le varie giunte militari durante la guerra fredda, e i leader democratici Menem e Kirchner dopo la cocente sconfitta delle Falkland . Un regime presidenzalista volto a comprare l'alleato e ad escludere l'avversario politico.

Dopo la svalutazione del peso nel 2001 e la fallita riforma economica, complice anche il mancato intervento del Fondo Monetario Internazionale nel nuovo asse del post 11 settembre a favore di Turchia e Pachistan, un nuovo ciclo economico ha preso piede grazie ai corsi alle stelle delle materie prime e alla domanda crescente di un ingrediente fondamentale al palato dei cinesi, la Soia, su cui lavorano intensivamente le coltivazioni. La crescita sostenuta degli ultimi anni malgrado la crisi dei crediti negli USA e il tasso di discoccupazione sceso al 7.5% non ha alterato i vecchi sintomi inflazionistici con un tasso al 25% che ha smaltito la pressione deflazionista del dopo Menem. La volpe perde il pelo ma non il vizio e regna l'usuale diffidenza e negatività riguardo alle sorti del paese afflitto dalla mancanza di un progetto comune condiviso dalla maggioranza. A detta di un emigrante ticinese della quarta generazione ci si sente come Don Chisciotte a caccia di un ideale probabilmente insito nell'idilliaco nido dei propri avi. Il contesto delle elezioni presidenziali che si affacciano sapranno darci degli indicatori importanti sul corso che prenderà il paese in questo momento di relativa prosperità che lascia tirare ancora una buona boccata d'ossigeno.

Achille Piotti,GDP 13.09.2010,

Vis-Asset Management

Achille Piotti

La forza del Franco svizzero

09-07-2010

MoneteNel dicembre 2009, la Banca nazionale svizzera (BNS) aveva confermato il suo impegno per “evitare un eccessivo apprezzamento del franco svizzero (CHF) contro l’Euro”. In uno studio pubblicato il 18.12.09, gli analisti dell’UBS avevano ritenuto che per “eccessivo apprezzamento” si dovesse intendere la soglia di 1.50,  considerata “psicologicamente importante” per molti attori di mercato. Per gli investitori di lungo termine, si raccomandava anche l’acquisto di euro contro CHF sotto l’1,51 poiché lo scenario di un forte deprezzamento dell’euro era considerato poco probabile. Nel corso del primo semestre 2010 i mercati hanno messo in evidenza tutti i limiti delle previsioni, in particolare sui cambi, e portato alla ribalta il fenomeno economico dell’illusione monetaria. Un recente studio del CS, spiega come la natura umana si orienti su valori nominali piuttosto che reali, “l’illusione monetaria” appunto. Il CHF ha toccato recentemente un massimo storico contro Euro ad 1.3070 guadagnando ca. il 10% da inizio anno e ciò, nonostante i massicci interventi della BNS che ha acquistato valute per 135 mia CHF. L’acquisto di CHF era orientato a contrastare il rischio deflazionistico che però a giugno è diminuito grazie ai segnali di ripresa economica più incoraggianti; segnali che hanno spinto la BNS a rivedere al rialzo la crescita del PIL dall’1,5% al 2% nel 2010. I timori di un’incidenza negativa del CHF sull’export sono stati fugati dagli ultimi dati che hanno fatto registrare un aumento delle esportazioni del 4,4% nei primi mesi dell’anno. L’incremento si spiega perché “l’andamento delle esportazioni dipende soprattutto dalla congiuntura nei paesi importatori e non dall’andamento delle valute. Per gli esportatori, la competitività sul lungo periodo rimane fondamentale ma questa si basa sul valore reale del cambio ed è quindi necessario prendere in considerazione le diverse dinamiche degli aumenti dei prezzi.” Se all’estero i prezzi salgono di più, l’esportatore svizzero può applicare prezzi maggiori e quindi, nonostante un tasso di cambio nominale inferiore, il fatturato in CHF rimarrebbe uguale. Dall’introduzione dell’Euro nel 2002, l’indice dei prezzi al consumo in Eurolandia è salito del 20% in più rispetto a quello in Svizzera. A questi livelli quindi la competitività degli esportatori è ancora garantita. Per il prossimo futuro la BNS prevede una ripresa dell’inflazione al 3% nel 2013, superiore alla forbice tollerata dello 0%-2%. Ciò implica un probabile aumento dei tassi a partire dalla fine del 2010. Se la situazione economico-finanziaria dei paesi che ci circondano non dovesse migliorare, prepariamoci ad un ulteriore rafforzamento del nostro “caro” franco svizzero. 

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 09.07.2010

Nel pallone

11-06-2010

Forse mai come quest’anno il detto “Sell in May and go away” (Vendi in maggio e vai via”) si è dimostrato più azzeccato. Gli indici di borsa hanno bruciato miliardi in sedute caratterizzate da forte instabilità. L’indice VIX “che misura lo scostamento dei prezzi di un paniere di opzioni sull’S&P 500” ha toccato punte di 50, quando la media storica è attorno al 20. La partita che si sta giocando fra ribassisti e rialzisti vede i primi nettamente avvantaggiati grazie all’incerto contesto economico-finanziario. I rialzisti al momento non possono quasi nulla contro avversari sul campo quali: il declassamento del debito greco e spagnolo, la marea nera, la stima BCE di 195 mia € di svalutazioni bancarie, il rallentamento della manifattura cinese, il rischio di fallimento dell’Ungheria, la disoccupazione in Eurolandia ai massimi storici (10,1%) ed un’occupazione statunitense deludente. In questo contesto la parola d’ordine per gli investitori è “ridurre il rischio”: da qui il fuggi fuggi dall’Euro, soffocato dalla crisi dei debiti sovrani, per valori rifugio come il Franco svizzero (ai massimi storici contro Euro) e l’oro. Anche le oscillazioni sul mercato obbligazionario sono piuttosto elevate:  i rendimenti dei paesi europei allargano il premio sui Bund tedeschi ed il costo per assicurarsi il rimborso dei titoli dei paesi in difficoltà è tornato ad impennarsi. La grande sfida degli investitori rimane sullo sfondo ed è quella con la crescita economica, con il risanamento dei debiti statali, con la riforma delle regole finanziarie. Si tratta di un obiettivo ancora lontano che per essere realizzato deve passare, soprattutto in Europa, da misure di “austerità”. La Germania questa settimana ha rotto gli indugi annunciando una manovra correttiva drastica: 80 miliardi di Euro da qui al 2014. Inghilterra, Francia, Italia stanno lavorando nella stessa direzione. La Merkel ha spiegato che vuole fare di necessità virtù e “cogliere l’opportunità” del risanamento. La Germania da prima della classe vuole “dare il buon esempio” agli altri paesi europei. Nei prossimi quattro anni vi sarà una riduzione di 50'000 posti di lavoro statali (difesa e pubblica amministrazione), tagli alle politiche d’assistenza sociale, nuove tasse sull’energia nucleare e aumenti mirati dell’IVA. E’ dal dopoguerra che non si decidevano misure così energiche, quasi disperate. La politica intende dare una risposta forte alla crisi finanziaria. Le premesse per far bene ci sono come sostiene Bernanke, capo della Fed USA, che non crede in una ricaduta nella recessione. I rialzisti subiranno ancora qualche goal, ma la partita è aperta e come affermano gli analisti del CS, per le azioni “si sta avvicinando un punto d’ingresso strategico”. Buoni Mondiali.   

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 09.06.2010

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