Il boom di fine anno

10-12-2010

Nel nostro primo articolo dell’anno, avevamo anticipato come il 2010 sarebbe stato caratterizzato da politiche d’investimento basate su strategie “alfa” (scelta di singoli titoli, settori, paesi) a scapito delle strategie “beta” (acquisto del mercato in generale). Se guardiamo a quanto è avvenuto in questi undici mesi di borsa, notiamo come effettivamente l’alfa abbia prevalso. A livello degli indici azionari per nazione, i peggiori sono risultati quelli dei paesi europei “periferici”  come Grecia, Spagna, Irlanda, Italia e Portogallo soffocati dalla speculazione ed apprensione sul debito pubblico. I loro indici principali si situano su un -40% per Atene, un -15% per Madrid ed un -12% per Milano. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dall’indice sulla tecnologia statunitense (Nasdaq 100) e dall’indice tedesco DAX che superano entrambi quota 17%. Anche a livello settoriale si può mettere in evidenza l’alfa: per es. in Germania, le azioni di BMW e VW, hanno più che raddoppiato il loro valore, mentre il settore finanziario e delle utility ha nettamente sottoperformato il DAX (RWE -28%, Deutsche Bank -14%). Quest’ultimo mese di contrattazioni si è rivelato  a due facce antitetiche, paura ed ottimismo. La paura la si ha avuta a causa del debito pubblico dell’Irlanda e dell’ipotesi di contagio di Spagna e Portogallo. I listini sono scesi rapidamente in pochi giorni e l’Euro ha ritoccato i minimi storici contro USD e CHF. L’UE e l’FMI sono intervenuti con un pacchetto di salvataggio di 85 mia Eur in favore dell’Irlanda. Inoltre la BCE ha dovuto ribadire il sostegno alle banche ed ha addirittura adottato come la Fed una politica di “quantitative easing” acquistando obbligazioni di stati europei per ca. 2 mia Euro. Queste misure di supporto, affiancate da dati macroeconomici piuttosto confortanti provenienti dagli USA, dalla Cina e dalla stessa Europa (PIL tedesco previsto al 3.6% nel 2010), hanno ridato fiducia agli investitori. Così le borse hanno ripreso a correre portando i mercati più virtuosi a nuovi massimi annuali. E sembra che non sia finita qui anche perché i gestori di fondi che sono stati finora piuttosto parchi negli acquisti, dispongono di meno di un mese per recuperare punti di rendimento entro fine anno. Quindi anche in prospettiva di un’economia globale in continua ripresa durante il 2011, di tassi prossimi allo zero e di un’elevata liquidità delle società, gli analisti ritengono che si possa continuare ad esporsi selettivamente sia su azioni sia su materie prime. Nel 2010, la performance di portafogli con un profilo bilanciato (50% in azioni) dovrebbe situarsi tra il +10-15%, mentre quelli con un profilo rendimento (25% in azioni) sarà tra il +5-10%. Auguri! 

 

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 10.12.10

Febbre da politica monetaria

05-11-2010

Federal Reserve D.C.Nel corso del mese d’ottobre, i principali indici di borsa hanno fatto registrare delle plusvalenze. Due fattori hanno dato il la al buon andamento dei listini: in primo luogo la pubblicazione degli utili societari ed in secondo luogo gli annunci di politica monetaria accomodante. Negli USA, ad oggi, “oltre il 60% delle imprese dell’S&P500 ha ormai riportato i bilanci trimestrali e la quasi totalità (l’80%), ha rivelato profitti e vendite in aumento”. Società dall’high tech come Apple, all’auto come Ford, hanno contribuito a spingere i margini di profitto ai massimi in tre anni. Però, nei Paesi detti sviluppati, la crescita economica stenta e la disoccupazione resta a livelli allarmanti (9,60% negli Stati Uniti). In un recente intervento, il direttore del Fondo Monetario Internazionale Strauss-Kahn, ha denunciato che “il mondo durante la crisi ha perso 30 milioni di posti” e messo in evidenza che nei prossimi anni “ la priorità si chiama occupazione”. Al fine di rilanciare il PIL e l’occupazione, la maggior parte delle banche centrali ha adottato finora tassi d’interesse prossimi allo zero. Alcune di esse si sono spinte oltre, insistendo sulla politica di “quantitative easing” (QE2), cioè di nuovi acquisti di attivi. Per esempio l’8 ottobre, la Banca del Giappone  ha annunciato un piano da 44 mia di Euro per sostenere l’economia. Dopo aver venduto massicciamente Yen per la prima volta in sei anni ed azzerato i tassi d’interesse , il governo nipponico con il sostegno dell’opposizione ha cercato di dare una spinta dello 0,60% al proprio PIL. La Federal Reserve statunitense, ha anch’essa assicurato un supporto all’economia via la QE2. In novembre l’acquisto dei titoli in gioco si situa tra i 500 ed i 1000 miliardi di dollari e mira a “sostenere il prezzo degli attivi e a mantenere bassi i rendimenti dei titoli a reddito fisso”. In questo modo parte del denaro degli investitori si sposterà dagli attivi a basso rischio sugli investimenti con più rischio come le azioni. Si creerà così un effetto “ricchezza” , un ciclo virtuoso per sostenere la spesa delle famiglie, i consumi, vitali per la crescita economica, in particolare USA. In questo contesto, nei prossimi mesi le borse e le materie prime hanno buone probabilità di guadagnare. Da qui alla fine dell’anno, gli analisti consigliano di sovrappesare la parte azionaria e delle materie prime (agricole). Gli operatori, attualmente in preda ad una febbre da QE2, sono anche influenzati dalla statistica che conferma come negli anni di elezioni di medio termine negli Stati Uniti, il periodo da ottobre a gennaio è favorevole alle borse. Ciò sarebbe di buon auspicio e darebbe un’ulteriore spinta verso l’alto alle già positive performance della gestione patrimoniale 

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 5.11.10

S’infiamma la battaglia sulla moneta cinese

06-10-2010

«La flessibilità dello yuan deve riflettere i fondamentali dell’economia. L’evoluzione  del  tasso  di  cambio  dello yuan non è stata esattamente quella che avevamo sperato». Lo ha detto ieri, in una conferenza stampa a Bruxelles Jean-Claude Trichet. Mentre il franco svizzero si vende a peso d’oro contro il dollaro e i tassi d’interesse malgrado i rumori rimangono intatti,  i  toni  del  senato  americano contro la Cina si accendono a richiesta di un apprezzamento dello Yuan per riparare una bilancia commerciale deficitaria che non tende a migliorare.   Ma perché altri paesi come la Germania, la Svizzera o la stessa Cina presentano  una  bilancia  commerciale in attivo rispetto agli USA? Una risposta può essere che gli USA son divenuti le vittime illustri della globalizzazione generando un alto grado di specializzazione tramite un sistema di  delocalizzazione  del  tessuto  produttivo. La trama é la seguente, le idee vengono concepite in casa ma, diversamente da Penelope con Ulisse, eseguite all’estero al punto che anche una piccola ditta di tecnologia d’avanguardia delocalizza la fabbricazione. Ciò ha sì permesso di parare il deprezzamento del dollaro contro l’inflazione ma ha anche smantellato interi settori a basso valore aggiunto, una delle maggiori preoccupazioni della campagna elettorale del presidente Obama. Basta recarsi a Philadelphia per comprendere che accanto ai più grandi centri di ricerca mondiali vi sono intere aree di archeologia industriale accompagnate da un visibile impauperimento della popolazione afro americana. La nuova normale si chiama 9.5%, il tasso di disoccupazione che ha fatto piombare  Joe  Six  Packs,  l’emblema dell’America che lavora, nel medioevo  della  tanto  biasimata  Francia.  A detta del più imminente dei dotti finanziari, l’egizio El Erian, l’America é sottomessa  a  venti  contrari  o  più semplicemente zoppica dato che non riesce a rilanciare l’economia grazie ai consumi, da sempre uno dei vettori trainanti  della  crescita  economica  e demografica  del  paese.  E  i  venti  di guerra commerciale con Troia, scusate, con la Cina si alzano sul copione dei non tanto lontani anni 80 quando Detroit veniva umiliata dal Sol Levante  con  efficienti  autovetture  a buon mercato. La guerra in Vietnam e il galoppante debito posero fine al regime  a  cambio  fisso  di  Bretton Woods che permise il miracolo economico di Giappone e Europa continentale. Similmente oggi si vorrebbe fare con la Cina spingendola ad importare più beni proprio quando crescono le importazioni di tecnologie manufatturiere, mentre languono le esportazioni  di  tecnologie  d’avanguardia presenti negli Stati Uniti. In profonda crisi l’America oltre alle massicce  iniezioni  di  liquidità  sta considerando nuove riforme strutturali dopo quella della sanità. Il mercato  immobiliare  dopato  a  lungo  per raggiungere tassi di crescita miracolo si in tempi di guerra, rimane afflitto da un ’offerta eccessiva che la domanda estera non assorbe forse anche in virtù di quelle misure adottate negli anni 80 per difendersi dai capitali nipponici a caccia di beni immobiliari. La strada per il recupero é irta di ostacoli, ma potrebbe ripartire da misure microoeconomiche e istituzionali che dimostrino la flessibilità del sistema USA. 

Achille Piotti, Giornale del Popolo, 06.10.2010  

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