Il segreto bancario e i suoi (molti) nemici

01-07-2009

La tempesta finanziaria sui grandi gruppi bancari con un vantaggio competitivo su scala globale per taglia e distribuzione di prodotti, tra cui anche i nostri due grandi istituti UBS e CS, ha scalfito quella che è stata una delle nostre prerogative in materia istituzionale e finanziaria, il segreto bancario, attirando oltre all’invidia pure l’ira dei paesi a noi vicini. La potenza economica mondiale numero uno, gli Stati Uniti d’America, tra le più fertili per l’attività di gestione patrimoniale su sponda propria, ha colto in flagrante delitto sulla nostra sponda uno dei suoi migliori clienti, il gruppo UBS. Per ammissione della stessa dirigenza son stati violati gli accordi bilaterali col fisco americano, innescando l’inevitabile serie a catena d’azioni legali di funesta memoria dopo la pesante umiliazione negli anni 90 a causa dei fondi smarriti durante la Seconda Guerra Mondiale (IIGM). Il segreto bancario è venuto a meno per via delle nostre stesse autorità. Eugen Haltiner, presidente della FINMA, ex Commissione Federale delle banche, non ha esitato a scavalcare quella che è la prassi del nostro sistema, il tribunale federale amministrativo, per sigillare un compromesso con il governo americano e risparmiare al gruppo UBS che aiutò a partorire in cambio di lauto compenso, un’azione penale che le avrebbe tolto la licenza bancaria oltre atlantico, lasciando al contempo defilare senza nessuna responsabilità il tanto blasonato Marcel Ospel, suo superiore all’epoca di SBS, tra i pionieri negli anni 90 dei famosi prodotti derivati a distruzione di massa. I clienti americani denunciati dalla FINMA son passati alla gogna e a repentaglio è stato messo non solo il discusso segreto bancario, frutto di una radicata filosofia e pratica commerciale che risale ai privilegi delle città medievali nei confronti dell’amministrazione imperiale, ma anche le istituzioni preposte a regolarlo a salvaguardia delle ingerenze esterne come avviene oggi in tempi meno drammatici rispetto alla IIGM. Purtroppo le lezioni tratte dalla ricerca storica della commissione federale per i fondi smarriti delle vittime della IIGM, un atto da sé doveroso che ha generato grossi volumi, seppur in un’ottica internazionalista contraria ai privilegi fiscali, non sembra aver contribuito al buon operato delle nostre autorità, prive di sensibilità storica, in primo luogo a tutela di un vantaggio istituzionale e competitivo, il segreto bancario, che nella scia espansionistica di gruppi come UBS è stato calpestato, tra le altre cose, per un palese conflitto d’interessi. Non c’è quindi da sorprendersi che il dibattito sul ridimensionamento dei due grossi gruppi bancari faccia discutere, dato che concerne un modello basato su un’economia di scala a livello internazionale che ha messo a repentaglio le fondamenta di una pratica secolare del nostro territorio, perno di piccoli e medi operatori. È quindi legittimo chiedersi chi siano i nemici del segreto bancario e dove si trovino i veri responsabili di tale indebolimento. L’autoflagellazione per via dei privilegi offerti dalle nostre leggi non è un argomento convincente per smantellare ciò che finora è stato costruito con pazienza e arduo lavoro, piuttosto va rivalutato il ruolo delle nostre istituzioni a tutela di tali privilegi a livello di politica interna e estera nell’interesse di tutte le parti, inclusi i clienti delle banche. *VIS ASSET MANAGEMENT CHIASSO

Un primo semestre 09 positivo

26-06-2009

La prima metà dell’anno volge al termine e per molti addetti ai lavori è tempo di bilanci e riflessioni. Se guardiamo ai listini di borsa, possiamo senza dubbio dire che dai minimi toccati in marzo, la loro performance è stata eccezionale. In maggio, malgrado l’adagio sulle vendite (“Sell in May..”) e la volatilità degli indici, tutte le strategie classiche d’investimento sono tornate in territorio positivo con guadagni fra l’1,5-2% per portafogli obbligazionari ed il 6-7% per gli azionari. In giugno invece stiamo assistendo a delle prese di beneficio generalizzate causate da uno scetticismo crescente sulla tenuta dell’economia. Infatti i recenti dati economici sono risultati piuttosto discordanti, tanto da far temere che i famosi “germogli della ripresa” molto anelati alcuni mesi orsono, si siano improvvisamente gelati come confermerebbe il recente studio della Banca Mondiale: le sue previsioni sono peggiori rispetto a quelle anticipate in marzo, il PIL mondiale dovrebbe decrescere nel 2009 del 2,9% rispetto al -1,7% precedente. Gli analisti, un po’ sorpresi  dalla buona tenuta delle prime trimestrali, stanno rivedendo al rialzo le loro stime sugli utili, ma i listini ricevono al momento un supporto discontinuo. Sembra ormai che una buona parte delle notizie positive sia già scontato nei prezzi delle azioni. Per esempio, l’indice statunitense S&P 500 ha toccato il suo massimo annuale l’11 giugno a 956.23 punti, raggiungendo una quota che per alcuni operatori dovrebbe rappresentare il livello di fine anno! E’ chiaro che dopo una corsa del 43% dai minimi del 6 marzo, l’S&P 500 e le altre borse “dovrebbero” fare una pausa. Pausa obbligata, in particolare se pensiamo al rapporto prezzo/rendimento che per l’S&P 500 è salito ai massimi degli ultimi otto mesi (15,5 al 2 giugno contro il 10,1 del 9 marzo – minimo dal 1985). Pure l’indice MSCI World tratta a 24.6 volte gli utili, vicino ai livelli più cari da marzo 2004. E’ quindi legittimo ritenere  che nelle prossime settimane si assisterà in borsa a delle sedute altalenanti con tendenze ribassiste.   Questo calo non dovrebbe essere di lunga durata né di forte entità (-5-10%?) grazie alla preannunciata ripresa economica nel 2010 ed alla pubblicazione nei prossimi mesi di dati economici più confortanti che aumenteranno la propensione al rischio degli investitori e l’afflusso di liquidità in borsa.  Ad onor di cronaca rammentiamo che oggi la quota azionaria nei portafogli gestiti a livello mondiale è ai minimi dal 1989 ed il cash è ai massimi dal 1995. La parte obbligazionaria è anch’essa ai massimi da 20 anni e con queste premesse è plausibile che gli investitori guardino con rinnovato interesse alle azioni. Buona estate!  

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 26.06.09

Stabilità e risveglio delle banche

15-05-2009

Nel nostro ultimo articolo di fine marzo, “La luce in fondo al tunnel?” avevamo posto l’accento sui primi segnali di stabilizzazione dell’economia, ma ci interrogavamo su quanto fosse lungo il tunnel della recessione. Ebbene la risposta ce la forniscono i recenti studi del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Commissione Europea (CE). Essi stimano che la ripresa economica ci sarà a partire dal 2010 anche se si tratterà di primi timidi segnali d’assestamento. L’FMI prevede una crescita mondiale nel 2009 dello 0,50% e nel 2010 del 3%. La CE si attende per quest’anno un calo del PIL del 4% nell’UE ed una leggera ripresa nel 2010. Il PIL svizzero dovrebbe chiudere l’anno a -3%. Il commissario europeo Almunia, ha ribadito che “l’economia europea attraversa la recessione più profonda ed estesa del dopoguerra”. Il costo della crisi lo si vede in particolare in termini di disoccupazione e di disavanzo pubblico: l’UE perderà 8,5 milioni di posti di lavoro nel biennio 2009-2010 (dopo averne creati 9.5 nel triennio 2006-2008!) e vedrà il suo disavanzo di bilancio più che raddoppiare quest’anno (dal 2,3% al 6%) ed aumentare ulteriormente nel 2010 al 7,4%. L’inflazione dal canto suo rimarrà piuttosto contenuta attorno all’1%. Comunque gli stessi esperti ritengono che queste previsioni sull’economia sono soggette ad una notevole incertezza. Nel frattempo le Borse sono state galvanizzate da notizie meno brutte del previsto sul fronte macroeconomico e su quello societario. I listini hanno risollevato la testa mettendo a segno dai minimi di marzo plusvalenze sostanziose che li hanno riportati per buona parte in territorio positivo sull’anno. Nel corso del mese di aprile, grazie a risultati trimestrali superiori al consenso di mercato (ma discutibili nella forma visti alcuni artefici contabili), le banche, all’origine della crisi mondiale, sono state le vere protagoniste del rally delle azioni. Per esempio, rispetto ai prezzi minimi, UBS e CS hanno guadagnato tra il 90 ed il 105%,  Bank of America il 385%, Citigroup il 277% e Deutsche Bank il 165%. Il risveglio delle banche ha riportato un pò di fiducia fra gli operatori, tanto che ora i settori sui quali investire sarebbero i ciclici, quelli cioè legati alla ripresa dell’economia. Bill Gross, manager di un grande fondo obbligazionario statunitense, nella sua consueta lettera ai clienti afferma: “La ricchezza si crea prima con la cautela e poi con l’ottimismo e le strategie di mercato vincenti si formano con il distinguo fra la realtà e l’esuberanza al rialzo o al ribasso”. Vedremo se questo periodo di ritrovato ottimismo riuscirà a prevalere sul famoso adagio di borsa “Sell in May and go away!” (“Vendi in maggio e vai via”!). 

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 15.05.09

La fine del tunnel?

03-04-2009

Nel corso del mese di marzo, le borse hanno messo a segno consistenti rialzi recuperando così parte del terreno perduto durante i primi due mesi del 2009. Ad oggi, i principali indici mondiali sono sempre in rosso salvo alcune eccezioni a prova di come questa crisi finanziaria ed economica sia profonda. La gestione delle grandi banche segue gli eventi e non può che riflettere le difficoltà oggettive di mercato; i risultati in Chf su base annua vanno da un -10.5% per una strategia azionaria  ad un  -2.30%  per una strategia obbligazionaria. La gestione alternativa dei fondi hedge di qualità se la cava meglio, chiudendo il trimestre con un segno positivo (stima +0.5-1% per l’indice HFN di fondi di fondi hedge). Il recente supporto alle borse è arrivato dalla continua riduzione dei tassi di base ormai a livelli pari o prossimi allo zero e dalle politiche d’ “allentamento creditizio” delle banche centrali. La Fed ha acquistato titoli garantiti da attivi ed a breve implementerà il piano TALF per finanziare l’acquisto di prestiti al consumo. E’ del 23 marzo la notizia del piano del Tesoro USA da 1 trilione di Usd per l’acquisto degli asset tossici delle banche; l’annuncio ha fatto volare tutti i listini con lo S&P 500 che in una seduta ha guadagnato il 7.08% il maggiore rialzo dal 1938! Per il prossimo futuro gli analisti rimangono cauti: malgrado gli interventi statali siano formidabili per quantità di mezzi, qualità di coordinamento e velocità (la Cina in poche settimane ha incrementato i prestiti bancari ad importi record), le condizioni del credito rimangono difficili ed i problemi del sistema bancario consistenti; l’economia reale è in recessione, la disoccupazione aumenta ed i paesi dell’Est europeo ed asiatico stanno facendo fronte a grossi problemi di svalutazione monetaria, di calo delle esportazioni, della produzione industriale e degli investimenti. Il prof. Roubini che gode d’indiscussa fama mondiale per aver previsto con ampio anticipo la crisi che ha messo in ginocchio il mondo, in una recente conferenza ha affermato: “i mercati devono ancora scontare qualche altra cattiva notizia”; egli è dell'opinione,  come altri del resto, che i rialzi delle borse di questi ultimi giorni siano un "bear market rally", con nuovi ribassi in arrivo. Ma concede un barlume di speranza: "la luce in fondo al tunnel c'è!", ha asserito, ma ha subito posto una serie di condizioni:  “purché i governi e le banche centrali dei Paesi maggiormente colpiti dalla peggiore recessione dalla Grande Depressione del ’29, - USA, UE, Cina, Giappone – adottino misure anti-crisi molto aggressive di breve periodo". Quindi, gli interventi statali e la luce ci sono, la domanda da porsi è: “ma quanto è lungo il tunnel?”  

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 03.04.09

La crisi del lavoro, i piani di rilancio e la deglobalizzazione

13-02-2009

Dopo i rialzi registrati nei primi giorni di gennaio, i principali listini mondiali hanno cominciato a perdere terreno chiudendo le prime sei settimane del 2009 in territorio negativo. Le borse devono digerire le pessime notizie provenienti dall’economia mondiale e dalle aziende. Negli USA la disoccupazione ha raggiunto il 7,60% che rappresenta la punta più elevata dal 1992. Dal dicembre 2007, inizio della recessione, gli USA hanno perso 3,6 mio di posti di lavoro, la metà dei quali nel corso degli ultimi tre mesi. La crisi del mercato del lavoro è la più grave dal Secondo Dopoguerra e la Casa Bianca ammonisce che il tasso di disoccupati potrebbe superare il 10% in assenza d’interventi di stimolo. Negli Stati Uniti sono in atto dei cambiamenti sociali con le donne che potrebbero presto essere la maggioranza degli occupati per la prima volta nella storia americana; infatti l’82% dei posti persi finora impiegava uomini, soprattutto nell’industria pesante, e le donne sono ora il 49% dei lavoratori dipendenti. I grandi nomi della Corporate America stanno falciando l’occupazione: in un unico giorno, il 26 gennaio, Microsoft (tecnologia), Caterpillar (costruzioni) e Macy’s (grandi magazzini) hanno annunciato l’eliminazione di oltre 50mila posti di lavoro. Le aziende temono un futuro incerto e diminuiscono i costi tagliando sul personale. Gli stati dal canto loro propongono piani anti-crisi che, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, “avranno un impatto sulla crescita del 2009 dei paesi del G20 compresa tra lo 0,5 e l’1,25%”. La spesa pubblica al momento sembra l’unico contributo tangibile per contrastare una “crisi finanziaria senza precedenti”. Intanto si vedono i primi segnali di de-globalizzazione con l’acuirsi di atteggiamenti neoprotezionistici; gli USA nel piano di rilancio da 800 mia Usd, hanno inserito la clausola “Buy American” che prevede di usare solo acciaio americano per i lavori infrastrutturali finanziati dal piano di stimolo. Obama, dopo l’irritazione dei partner commerciali (UE in primis), ha fatto approvare al Senato un testo che afferma che le misure “Buy American” devono essere compatibili con gli accordi internazionali siglati dagli Stai Uniti. Sarkozy, nell’intento di rassicurare i lavoratori francesi ha detto di attendersi che le aziende nazionali beneficiarie di aiuti statali rimangano in Francia e di non capire chi produce (Peugeot ndr) nella Repubblica Ceca per il mercato francese. In Inghilterra ci sono in atto dispute sindacali contro l’utilizzo di lavoratori stranieri ed in Svizzera si è votato sull’estensione della libera circolazione . In questo quadro a tinte fosche, un sussulto di colore e spensieratezza ce lo darà il Carnevale. Buon divertimento!   

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 13.02.09

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