Primo trimestre e prospettive

02-04-2010

Sembra che la primavera sia iniziata anche in borsa. Così, in questo primo trimestre 2010, gli indici principali hanno raggiunto nuove vette. Fra i primi della classe annoveriamo i listini Nasdaq, S&P500, Ftse100 e SMI. Fra gli ultimi troviamo Atene, Madrid e Milano. La strada per tornare ai massimi storici è ancora lunga: lo Swiss Market Index per raggiungere i livelli del maggio 2007 (9600 punti ca.) dovrebbe salire ancora del 40%! E’ chiaro che nei paesi industrializzati con le condizioni economiche attuali caratterizzate da una crescita del PIL sottotono, da consumi timidi, da alta disoccupazione e da debito pubblico alle stelle, il recupero sarà lento. Ciò che importa però è che l’economia sia uscita dalla recessione velocemente. Secondo gli analisti le prospettive globali sono piuttosto rosee. Per il Credit Suisse “nei prossimi mesi la ripresa dovrebbe continuare” grazie “alla ritrovata fiducia di imprese e di consumatori” e ad una politica monetaria che rimane espansiva, ad un’inflazione inesistente (almeno nei paesi del G7). L’aumento dei tassi avvenuto in Cina, India ed Australia riflette semplicemente il fatto che questi paesi registrano i primi aumenti di prezzi essendo avanti nel ciclo economico rispetto agli USA ed all’Europa. La situazione economica mondiale è dunque più eterogenea, con i paesi emergenti (Asia) strutturalmente più solidi. Per gli investitori il mantra è il solito: cavalcare i cicli economici! Negli ultimi trimestri le aziende hanno mostrato una buona dinamica dei risultati, tanto che le revisioni delle stime sugli utili restano positive per l’indice globale MSCI World. Le raccomandazioni degli addetti ai lavori permangono ottimiste e puntano sulle azioni cicliche del settore minerario, dei metalli e dell’energia. Di riflesso l’interesse viene rivolto ai paesi emergenti produttori di materie prime. Statisticamente l’investimento in materie prime, in fondi hedge ed in fondi immobiliari permette di migliorare “l’efficienza” di un portafoglio. Infatti la curva rendimento/rischio si alza indicando che con l’uso di queste classi d’attivi si ottengono a pari rischio, maggiori rendimenti rispetto a strategie di gestione “classiche”. Nel frattempo comunque i fondi strategici delle banche svizzere stanno dando i loro frutti con  performance sull’anno che si situano tra il +4-7% per un portafoglio azionario, tra il +3-6% per un “bilanciato” (50% in azioni), tra il +2-4,5% per un “rendimento” (25% in azioni). I modelli d’analisi tecnica c’informano che alcuni indici di borsa sono vicini a resistenze importanti. Non è quindi escluso che ci saranno delle correzioni ma visti i fondamentali è legittimo aspettarsi dalle borse, come dall’uovo pasquale, altre piacevoli sorprese 

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 02.04.10

La Svizzera e il bosone di Higgs ai tempi della crisi finanziaria

12-03-2010

Il big bang finanziario alla fine del 20 secolo in seguito alla deregolamentazione del sistema bancario americano sorto dalle ceneri della grande depressione degli anni 30 sembra essere giunto a un capolinea dopo i cambiamenti epocali a cui abbiamo assistito. Il crollo del muro di Berlino e la rivoluzione digitale hanno certamente contribuito all’abbandono del Glass Steagal Act del 1933 che sanciva la separazione tra banche d’affari e commerciali in America. In Svizzera tuttavia la grande depressione non é mai sfociata in una così severa regolamentazione lasciando che la politica del laissez faire prevalesse su tutto il territorio. La stesura della legge federale delle banche del 1934 con l’introduzione di un articolo del codice penale a difesa del segreto bancario trovò il consenso dell’allora recalcintrante associazione svizzera dei banchieri (ASB), a pregiudizio dei socialisti che accettarono tuttavia di entrar a far parte del governo e di dirigere più tardi il ministero delle finanze. Iniziava così l’era della concordanza e della pace sociale lasciando intatta fino ad oggi la matrice della legge sulle banche, malgrado qualche incidente di percorso, in particolare la crisi immobiliare dei primi anni 90 che richiese alcune modifiche ad hoc indirizzate innanzitutto a riempire i criteri di solvibilità degli istituti di credito. Mentre il panorama bancario domestico mutava radicalmente con il sorgere di due principali gruppi bancari, CS e UBS, che includevano il 90% dei bilanci totali delle attività bancarie in Svizzera, si perseguiva l’ internazionalizzazione delle attività nella corsa all’oro del big bang finanziario. Dopo la fusione nel 1997 di SBS con UBS, nell’estate del 2000 venne ingoiata a caro prezzo la banca americana PaineWebber. Né l’allora Commissione Federale delle Banche (CFB), né l’ASB si opposero o misero dei paletti all’espansione americana, essendo questa unicamente di competenza delle autorità di controllo sulla concorrenza. Né tanto meno la CFB sembrava vigilare sul rispetto degli accordi col governo americano da parte di UBS a tutela del segreto bancario. Nel 2006 il fresco ministro delle finanze H.R. Merz lanciava il progetto per la nuova agenzia di controllo dei mercati finanziari, la FINMA, a sostegno dello sforzo competitivo della piazza finanziaria svizzera, la terza al mondo dopo New York e Londra, volta anche a facilitare l’espansione dei gruppi svizzeri nei mercati finanziari dell’Unione Europea tramite una strategia di accordi bilaterali sulla fiscalità e di armonizzazione delle direttive dei mercati finanziari europei. La FINMA é entrata in funzione proprio quando scoppiava lo scandalo dell’evasione fiscale con gli Stati Uniti cha danneggiava la nostra piazza. A oggi, su mozione parlamentare é stata istituita dal Consiglio Federale un’inchiesta sull’operato della FINMA nell’annus horribilis 2009 con particolar riferimento al conflitto d’interesse con UBS. Visto il contesto attuale é più che mai impresa ardua convincere i partner commerciali dei pregi del nostro sistema. Come a Ginevra vogliono dimostrare l’esistenza di una particella invisibile formatasi durante il Big Bang, il bosone di Higgs, che simile al fango invischia la materia primordiale come noi la conosciamo, così H.R. Merz e il direttore del nuovo segretariato per gli affari di finanza e fiscalità dovranno spiegare i vantaggi della mano invisibile che regna nei forzieri delle nostre banche e che riesce a coagulare molti capitali onde favorire espansione e crescita anche al di là delle sue frontiere. Resta tuttavia il fatto che le nostre istituzioni hanno dimostrato di non essere state all’altezza della situazione in tempi di crisi, basandosi su un quadro legislativo già da tempo considerato obsoleto, quello della legge bancaria del 1934. Lo status quo della Svizzera ha lasciato il segno nell’ ambito finanziario, questa volta nel male anche se a termine potrà concedere la visione di una gestione di capitali tassati alla fonte e che preservi l’anonimato. Achille Piotti VIS-Asset Management, Corriere del Ticino,12.03.2010

Inflazione e debito pubblico

05-03-2010

In un recente studio del Fondo monetario internazionale (FMI) intitolato “Ripensare la politica macroeconomica” c’è stata una svolta innovativa e provocatoria sull’inflazione. Secondo il capo economista Blanchard, “tenere stabili i prezzi e produzione , e quindi fissare un target d’inflazione”, resta un assunto valido, ma la crisi insegna che “questo tetto deve essere più alto”. Per anni l’FMI ha raccomandato di tagliare l’inflazione, ma sulla base di presupposti teorici che la crisi ha dimostrato essere almeno in parte errati. E che hanno lasciato governi e autorità monetarie a corto di strumenti per reagire. Con un’inflazione al 4% in fasi economiche “normali”, i tassi d’interesse si attesterebbero attorno al 6-7%. Questo lascerebbe più ampi margini di manovra nel caso di shock del credito in quanto le banche centrali avrebbero più spazio per tagliare. Ora che i tassi sono prossimi allo zero, le autorità hanno le “mani legate” conclude l’FMI. Secondo lo studio inoltre tra un livello d’inflazione del 2% ed uno del 4% le differenze in termini di costi sociali ed economici non sono significative. I governi potrebbero adeguare gli scaglioni fiscali per evitare ai contribuenti di pagare imposte più alte, mentre il ricorso ad obbligazioni indicizzate basterebbe a proteggere gli investitori. Per quanto riguarda il debito, il Fondo conferma la vecchia regola d’oro:” in periodi di crescita bisogna mettere fieno in cascina e tagliare il debito, per avere capacità di spesa quando il tempo cambia al brutto”. Le politiche di bilancio sono tornate al centro della scena come strumento macroeconomico. La crisi ha dimostrato l’importanza di non avere i conti in disordine. Quando l’economia cresce, i governi devono approfittare per tagliare debito e deficit, anziché lasciarsi andare a spesa pubblica e riduzione delle imposte. La panacea per l’FMI sarebbe quella di abbassare il rapporto debito-Pil a livelli molto inferiori a quelli pre-crisi. In queste ultime settimane sappiamo come il timore per un potenziale fallimento della Grecia abbia pesato sui mercati a tutti i livelli: l’Euro si è deprezzato contro quasi tutte le valute, i “credit default swap” sul debito sovrano, una sorta di premio assicurativo contro un’insolvenza, sono quasi triplicati su Grecia, Portogallo e Spagna. Le azioni dal canto loro hanno vissuto un mese altalenante; però, alla luce di confortanti utili aziendali, di una ritrovata attività di acquisizioni societarie, di dati economici più stabili e di valori azionari nella media (equi), sembra che il mese di marzo possa preannunciare la primavera anche per le azioni. Il consiglio degli addetti ai lavori rimane quello di accumulare azioni e materie prime dopo eventuali ribassi in vista di raggiungere nuove vette. 

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 05.03.10

Da Beta ad Alfa

29-01-2010

Il 2009 borsistico si è concluso con i botti. Come da statistiche, dicembre si è confermato un mese positivo per le azioni; gli indici hanno potuto mettere a segno ulteriori rialzi e terminare l’anno con performance in Europa che si sono situate tra il +20 ed il +30%. Dopo un “annus mirabilis”, il 2010 cosa ci riserverà? Secondo il recente studio del Fondo Monetario Internazionale (FMI), il mondo è uscito dalla recessione più velocemente del previsto, ma la differenza fra economie avanzate e quelle in via di sviluppo rende difficile la gestione del dopo-crisi. L’FMI ha alzato le sue previsioni, puntando su una crescita mondiale del 3,9% per il 2010 e del 4,3% per il 2011. La ripresa però sarà sempre di più alimentata dai paesi emergenti, Cina in primis, in quanto l’FMI ha abbassato le stime di crescita per alcuni paesi sviluppati a causa della debolezza della domanda privata e di restrizioni in materia di credito. Gli analisti delle grandi banche internazionali, da Goldman Sachs a Credit Suisse, ritengono anch’essi che la ripresa economica continuerà nel 2010. Il famoso scenario a “W” di doppio minimo, cioè di una nuova recessione sembra “improbabile”. Dopo aver affrontato la peggiore recessione degli ultimi 50 anni, l’economia sta risalendo la china ma è chiaro che le basi sulle quali si poggia sono molto fragili. La disoccupazione rimarrà a livelli molto elevati (per es. 18% in Spagna e 10% negli USA) ed i governi e le banche centrali non avranno un compito semplice nel gestire le “strategie d’uscita”. E’ probabile che l’inflazione sarà contenuta in Europa e negli USA e che quindi i tassi d’interesse resteranno bassi per un periodo di almeno sei-nove mesi. La combinazione di tassi bassi e ripresa economica è favorevole alle azioni e quindi la maggior parte degli analisti prevede un’ ulteriore crescita delle borse e delle materie prime. Parliamo comunque di tendenza al rialzo e non di un mercato costantemente in salita; anzi il 2010 borsistico sarà caratterizzato da un’alta volatilità e da battute d’arresto dovute all’avvicinamento delle azioni al loro “prezzo equo” o all’aumento dei tassi. Il mese di gennaio ci ha già fornito uno spaccato di quanto sopra: la prima metà è stata spumeggiante, il seguito invece in perfetta simbiosi con quest’inverno,  gelido! In pochi giorni gli indici si sono ripiegati su se stessi a causa delle strette creditizie in Cina e delle politiche di Obama nei confronti delle banche. In questo contesto di rischi ed opportunità, i rendimenti dati dalla selezione accorta di titoli, valute e materie prime, cioè da un approccio “alfa”, potrebbero superare la semplice resa dei mercati, detta “beta. Auguriamo a tutti gli investitori e lettori un altro “annus mirabilis”.    

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 29.01.10

Nel segno del t’oro

27-11-2009

All’inizio del 2009 avevamo augurato a tutti gli investitori un “annus mirabilis”. Ad un mese dalla fine dell’anno possiamo affermare che l’augurio è stato di buon auspicio. Infatti, su base annua, le gestioni patrimoniali tradizionali hanno messo a segno delle confortanti plusvalenze: le obbligazioni registrano +4-6% , un portafoglio “rendimento” (25% in azioni) un +8-10%, un “bilanciato” (50% in azioni) un +12-14% ed un azionario europeo un + 19-21%. Per principali indici di borsa, le performance non sono state omogenee, marcando de facto il “gap”  fra economie in recessione ed in ripresa; gli indici europei e statunitensi che hanno scontato fino al 9 marzo 2009 scenari apocalittici da depressione anni ‘30, si attestano tra il + 15% (SMI) ed il +45% (Nasdaq). Nei paesi emergenti, d’altro canto  i risultati sono davvero “mirabilis” : Brasile +77%, Cina +112%, Russia +125%. Insomma siamo in un anno nel segno del Toro sia nelle azioni che nelle materie prime. Fra quest’ultime segnaliamo il record storico dell’oro a 1177$/oz (+35%) e la corsa fatta dall’argento (+64%) e dal petrolio (+68%). I grafici dell’oro sono ormai in territori inesplorati, ma chi si occupa di analisi tecnica, sostiene che la tendenza rialzista è ancora intatta. Un analista della Societé Générale provocatoriamente parla di un obbiettivo di 6300 Usd/oz in quanto, citiamo: “il metallo giallo nelle casse USA copre solo il 15% della massa di dollari in circolazione e se dovesse garantire il 100% della massa, dovrebbe costare appunto 6300 $/oz”. Il rincaro dell’oro è da collegare alla debolezza del biglietto verde ed  all’atteggiamento delle banche centrali che comprano oro anche per gestire il rischio valutario. Di recente sono stati resi noti acquisti cinesi, poi l’operazione dell’India che ha rilevato 200 t dall’FMI, dello Sri Lanka e delle Mauritius. Anche altri metalli preziosi sono ricercati: il palladio ed il platino, impiegati anche nell’industria automobilistica per la fabbricazione delle marmitte catalittiche, ad oggi sono cresciuti rispettivamente del 95% e del 52%. Per gli investitori, i risultati sin qui conseguiti sono molto buoni. Nei prossimi mesi i mercati finanziari soffriranno probabilmente di una maggiore volatilità le cui cause saranno da ricercare nelle prese di beneficio e nei chiaroscuri dei dati economici. I potenziali rovesci più significativi saranno causati dalle strategie di uscita dagli aiuti all’economia, che verranno implementate dai governi e dalle banche centrali nella seconda metà del 2010. Per l’immediato futuro invece, sembra che il quadro sia più roseo poiché dicembre è un mese statisticamente positivo per le borse. Carpe diem!  

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 27.11.09

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