Inflazione e debito pubblico

05-03-2010

In un recente studio del Fondo monetario internazionale (FMI) intitolato “Ripensare la politica macroeconomica” c’è stata una svolta innovativa e provocatoria sull’inflazione. Secondo il capo economista Blanchard, “tenere stabili i prezzi e produzione , e quindi fissare un target d’inflazione”, resta un assunto valido, ma la crisi insegna che “questo tetto deve essere più alto”. Per anni l’FMI ha raccomandato di tagliare l’inflazione, ma sulla base di presupposti teorici che la crisi ha dimostrato essere almeno in parte errati. E che hanno lasciato governi e autorità monetarie a corto di strumenti per reagire. Con un’inflazione al 4% in fasi economiche “normali”, i tassi d’interesse si attesterebbero attorno al 6-7%. Questo lascerebbe più ampi margini di manovra nel caso di shock del credito in quanto le banche centrali avrebbero più spazio per tagliare. Ora che i tassi sono prossimi allo zero, le autorità hanno le “mani legate” conclude l’FMI. Secondo lo studio inoltre tra un livello d’inflazione del 2% ed uno del 4% le differenze in termini di costi sociali ed economici non sono significative. I governi potrebbero adeguare gli scaglioni fiscali per evitare ai contribuenti di pagare imposte più alte, mentre il ricorso ad obbligazioni indicizzate basterebbe a proteggere gli investitori. Per quanto riguarda il debito, il Fondo conferma la vecchia regola d’oro:” in periodi di crescita bisogna mettere fieno in cascina e tagliare il debito, per avere capacità di spesa quando il tempo cambia al brutto”. Le politiche di bilancio sono tornate al centro della scena come strumento macroeconomico. La crisi ha dimostrato l’importanza di non avere i conti in disordine. Quando l’economia cresce, i governi devono approfittare per tagliare debito e deficit, anziché lasciarsi andare a spesa pubblica e riduzione delle imposte. La panacea per l’FMI sarebbe quella di abbassare il rapporto debito-Pil a livelli molto inferiori a quelli pre-crisi. In queste ultime settimane sappiamo come il timore per un potenziale fallimento della Grecia abbia pesato sui mercati a tutti i livelli: l’Euro si è deprezzato contro quasi tutte le valute, i “credit default swap” sul debito sovrano, una sorta di premio assicurativo contro un’insolvenza, sono quasi triplicati su Grecia, Portogallo e Spagna. Le azioni dal canto loro hanno vissuto un mese altalenante; però, alla luce di confortanti utili aziendali, di una ritrovata attività di acquisizioni societarie, di dati economici più stabili e di valori azionari nella media (equi), sembra che il mese di marzo possa preannunciare la primavera anche per le azioni. Il consiglio degli addetti ai lavori rimane quello di accumulare azioni e materie prime dopo eventuali ribassi in vista di raggiungere nuove vette. 

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 05.03.10

Da Beta ad Alfa

29-01-2010

Il 2009 borsistico si è concluso con i botti. Come da statistiche, dicembre si è confermato un mese positivo per le azioni; gli indici hanno potuto mettere a segno ulteriori rialzi e terminare l’anno con performance in Europa che si sono situate tra il +20 ed il +30%. Dopo un “annus mirabilis”, il 2010 cosa ci riserverà? Secondo il recente studio del Fondo Monetario Internazionale (FMI), il mondo è uscito dalla recessione più velocemente del previsto, ma la differenza fra economie avanzate e quelle in via di sviluppo rende difficile la gestione del dopo-crisi. L’FMI ha alzato le sue previsioni, puntando su una crescita mondiale del 3,9% per il 2010 e del 4,3% per il 2011. La ripresa però sarà sempre di più alimentata dai paesi emergenti, Cina in primis, in quanto l’FMI ha abbassato le stime di crescita per alcuni paesi sviluppati a causa della debolezza della domanda privata e di restrizioni in materia di credito. Gli analisti delle grandi banche internazionali, da Goldman Sachs a Credit Suisse, ritengono anch’essi che la ripresa economica continuerà nel 2010. Il famoso scenario a “W” di doppio minimo, cioè di una nuova recessione sembra “improbabile”. Dopo aver affrontato la peggiore recessione degli ultimi 50 anni, l’economia sta risalendo la china ma è chiaro che le basi sulle quali si poggia sono molto fragili. La disoccupazione rimarrà a livelli molto elevati (per es. 18% in Spagna e 10% negli USA) ed i governi e le banche centrali non avranno un compito semplice nel gestire le “strategie d’uscita”. E’ probabile che l’inflazione sarà contenuta in Europa e negli USA e che quindi i tassi d’interesse resteranno bassi per un periodo di almeno sei-nove mesi. La combinazione di tassi bassi e ripresa economica è favorevole alle azioni e quindi la maggior parte degli analisti prevede un’ ulteriore crescita delle borse e delle materie prime. Parliamo comunque di tendenza al rialzo e non di un mercato costantemente in salita; anzi il 2010 borsistico sarà caratterizzato da un’alta volatilità e da battute d’arresto dovute all’avvicinamento delle azioni al loro “prezzo equo” o all’aumento dei tassi. Il mese di gennaio ci ha già fornito uno spaccato di quanto sopra: la prima metà è stata spumeggiante, il seguito invece in perfetta simbiosi con quest’inverno,  gelido! In pochi giorni gli indici si sono ripiegati su se stessi a causa delle strette creditizie in Cina e delle politiche di Obama nei confronti delle banche. In questo contesto di rischi ed opportunità, i rendimenti dati dalla selezione accorta di titoli, valute e materie prime, cioè da un approccio “alfa”, potrebbero superare la semplice resa dei mercati, detta “beta. Auguriamo a tutti gli investitori e lettori un altro “annus mirabilis”.    

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 29.01.10

Nel segno del t’oro

27-11-2009

All’inizio del 2009 avevamo augurato a tutti gli investitori un “annus mirabilis”. Ad un mese dalla fine dell’anno possiamo affermare che l’augurio è stato di buon auspicio. Infatti, su base annua, le gestioni patrimoniali tradizionali hanno messo a segno delle confortanti plusvalenze: le obbligazioni registrano +4-6% , un portafoglio “rendimento” (25% in azioni) un +8-10%, un “bilanciato” (50% in azioni) un +12-14% ed un azionario europeo un + 19-21%. Per principali indici di borsa, le performance non sono state omogenee, marcando de facto il “gap”  fra economie in recessione ed in ripresa; gli indici europei e statunitensi che hanno scontato fino al 9 marzo 2009 scenari apocalittici da depressione anni ‘30, si attestano tra il + 15% (SMI) ed il +45% (Nasdaq). Nei paesi emergenti, d’altro canto  i risultati sono davvero “mirabilis” : Brasile +77%, Cina +112%, Russia +125%. Insomma siamo in un anno nel segno del Toro sia nelle azioni che nelle materie prime. Fra quest’ultime segnaliamo il record storico dell’oro a 1177$/oz (+35%) e la corsa fatta dall’argento (+64%) e dal petrolio (+68%). I grafici dell’oro sono ormai in territori inesplorati, ma chi si occupa di analisi tecnica, sostiene che la tendenza rialzista è ancora intatta. Un analista della Societé Générale provocatoriamente parla di un obbiettivo di 6300 Usd/oz in quanto, citiamo: “il metallo giallo nelle casse USA copre solo il 15% della massa di dollari in circolazione e se dovesse garantire il 100% della massa, dovrebbe costare appunto 6300 $/oz”. Il rincaro dell’oro è da collegare alla debolezza del biglietto verde ed  all’atteggiamento delle banche centrali che comprano oro anche per gestire il rischio valutario. Di recente sono stati resi noti acquisti cinesi, poi l’operazione dell’India che ha rilevato 200 t dall’FMI, dello Sri Lanka e delle Mauritius. Anche altri metalli preziosi sono ricercati: il palladio ed il platino, impiegati anche nell’industria automobilistica per la fabbricazione delle marmitte catalittiche, ad oggi sono cresciuti rispettivamente del 95% e del 52%. Per gli investitori, i risultati sin qui conseguiti sono molto buoni. Nei prossimi mesi i mercati finanziari soffriranno probabilmente di una maggiore volatilità le cui cause saranno da ricercare nelle prese di beneficio e nei chiaroscuri dei dati economici. I potenziali rovesci più significativi saranno causati dalle strategie di uscita dagli aiuti all’economia, che verranno implementate dai governi e dalle banche centrali nella seconda metà del 2010. Per l’immediato futuro invece, sembra che il quadro sia più roseo poiché dicembre è un mese statisticamente positivo per le borse. Carpe diem!  

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 27.11.09

Quo vadis?

09-10-2009

Quo vadis?Nel terzo trimestre 2009, anche se in modo irregolare e disomogeneo, si è avuta conferma dei segnali di ripresa economica. I mercati finanziari a livello globale sono stati sostenuti da una stabilità dei profitti aziendali. Se consideriamo gli ultimi sei mesi, la performance degli attivi a maggior rischio ha superato di gran lunga i rendimenti che normalmente gli investitori si attendono per questo tipo di rischio. Così,  su base annua, le azioni mondiali hanno un guadagno del 22% e le obbligazioni ad alto rendimento del 50%. In seguito a questi rimbalzi spettacolari dai minimi di marzo, gli investitori si domandano quanto possa ancora durare quest’ascesa. Inoltre alla luce dei chiaroscuri dell’economia e delle incertezze sulle sue prospettive, la domanda risulta ancora più legittima. Ebbene, non possedendo la sfera di cristallo, ci limitiamo ad analizzare i dati a nostra disposizione. Da questi si evince che malgrado i forti aumenti degli indici di borsa, i loro prezzi restano ancora inferiori a quelli osservati alla vigilia del crack Lehman Brothers; per es. l’SMI si trovava sopra  i 7000 punti. Il rapporto prezzo/utili delle azioni europee è 13.5 e quello delle azioni mondiali 15.5, rapporti considerati ancora ragionevoli (non cari). I rendimenti su dividendo delle azioni europee sono attorno al 4% e quindi molto allettanti in quanto superiori ai tassi pagati dal decennale dei titoli di stato e dai conti correnti. E’ innegabile che l’economia sia in corso di miglioramento e che le prospettive per il settore finanziario si siano nettamente abbellite, grazie in primis alle politiche monetarie accomodanti praticate dalle banche centrali. Sul  medio termine, alla domanda “Quo vadis?” gli esperti rispondono come sia sempre importante mantenere delle azioni in portafoglio, in particolare europee e dei paesi emergenti (Cina, Brasile, India). Si dovrebbe però tornare a dei rendimenti più consoni ai modelli di performance classici, in quanto i fondamentali specifici agli investimenti, cioè i profitti aziendali e le prospettive sugli utili per le azioni, la qualità del debitore per le obbligazioni e le scorte per le materie prime, prevarranno sui dati macroeconomici. Per la seconda metà del 2010 gli analisti mettono in evidenza dei potenziali rischi per i mercati finanziari: si tratta del continuo aumento della disoccupazione (negli USA al 10%!), del calo di fiducia dei consumatori e delle strategie d’uscita dagli aiuti pubblici da parte degli stati. Visto in prospettiva, qualche nuvola nera all’orizzonte esiste sulle borse, ma sembra prematuro preoccuparsene ora. Nei prossimi due mesi l’attenzione degli investitori sarà rivolta alla stagione degli utili che lascia già intravvedere qualche bella sorpresa e qualche opportunità da cogliere.   

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 09.10.09

La forma della ripresa: W, V, U?

04-09-2009

Durante i mesi estivi di luglio ed agosto le borse mondiali hanno messo a segno notevoli rialzi, in media superiori al 10%. Le ragioni di quest’euforia sono da ricercare nei segnali sempre più evidenti di ripresa economica. Il 75% ca. delle aziende che hanno reso note le trimestrali, hanno superato le attese degli analisti; Germania e Francia hanno pubblicato per il secondo trimestre 09 un PIL positivo uscendo di fatto dalla recessione, per la Svizzera la svolta avverrà nel terzo trimestre. Quindi a quasi un anno da quei drammatici giorni del 15 e 16 settembre 2008 che videro la finanza mondiale sull’orlo di un baratro dopo i fallimenti di Lehman Brothers e d’AIG (quest’ultima “salvata” tempestivamente dal governo USA con 85 mia USD), possiamo asserire che il peggio della crisi sia ormai alle spalle. Gli stati sono intervenuti con forza e l’economia continua a fornire delle risposte positive. La maggior parte degli economisti, grazie appunto a dati incoraggianti ed alle ristrutturazioni societarie, prevede una ripresa netta ed un rapido ritorno alla crescita, cioè una ripresa a forma di “V”. Altri esperti, fra cui il prof. Roubini, credono invece che la forma sarà piuttosto ad “U”. I motivi che spingono il famoso professore a sostenere la forma ad U ed il rischio di ricaduta nella recessione, forma a “W” sono: il continuo calo dell’occupazione, la crisi di solvibilità (nel 2009 negli USA sono fallite altre 84 banche ed oltre 405 presentano rischi particolari relativi al capitale proprio), il “de-leveraging”, la “strategia d’uscita” degli stati dai massicci interventi di stimoli monetari e fiscali e la speculazione sulle materie prime. Ulteriore incertezza è data dalle decisioni di politica economica varate dalla Cina che intende ridurre la capacità produttiva dell’industria cinese e far aumentare le riserve di capitale alle banche con le logiche e negative conseguenze su credito e consumi. Al momento i principali indici mondiali sono cresciuti notevolmente dai minimi di marzo, ma, a parte quelli dei paesi emergenti (Brasile, Cina, India), non hanno ancora raggiunto i livelli precedenti il crack Lehman. Per il medio termine (3-6 mesi), gli addetti ai lavori prevedono un andamento positivo delle borse, in particolare di quelle asiatiche e consigliano di accumulare azioni dopo eventuali ribassi in settembre-ottobre. Le gestioni patrimoniali delle grandi banche hanno fatto registrare plusvalenze su base annua che vanno dal 4-6% per un portafoglio obbligazionario, al 10-12% per un bilanciato ed al 15-18% per un azionario. Dal canto loro i gestori di fondi di fondi hedge mettono a segno un +7-10%. Insomma, chi investe ha un motivo in più per brindare alla sagra dell’uva. Salute!   

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 04.09.09

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