L’orso è ancora in letargo?

09-02-2018

Il 2017 è stato un anno di performance stellari per i mercati azionari mondiali. Fra gli indici da noi seguiti, il migliore è stato il cinese Hang Seng (+36%), tallonato dall’ MSCI Paesi Emergenti (+34,35%) e dal Nasdaq 100 (+31,52%). Il nostro SMI è salito (+14,14%) risultando il primo fra i listini in Europa dove l’indice più rappresentativo, l’Eurostoxx50, è invece il fanalino di coda (+6.49%). Un portafoglio bilanciato di UBS in CHF ha reso il 9.14%; a livello dei cambi abbiamo assistito ad un importante apprezzamento dell’Euro sia contro CHF (+9.20%), sia contro USD (+14.12%), tendenza rialzista che ha contraddistinto anche l’oro (+13.11%) ed il petrolio (+17.69%). Il 2018 è iniziato positivamente per le borse: in gennaio lo S&P 500 ha messo a segno il più forte rialzo da 20 anni a questa parte ed i listini dei paesi emergenti sono stati i più redditizi. Lo SMI è rimasto invece in territorio negativo appesantito in particolare dal calo di due suoi pesi massimi, Roche e Nestlé. Nel frattempo è iniziata la pubblicazione dei risultati societari: a livello statunitense, il 45% delle aziende ha reso noto i bilanci trimestrali e l’80% di esse batte le stime. In Europa siamo invece al 20% con il 50% di risultati migliori del previsto. Il supporto degli utili aziendali è importante soprattutto per delineare gli scenari probabili sui mercati. In queste ultime due settimane di contrattazione abbiamo assistito a delle correzioni ribassiste piuttosto importanti. I listini, dopo aver raggiunto nuove vette, hanno subìto delle prese di beneficio e delle vendite dettate in particolare dal timore di un veloce aumento dei tassi negli USA a causa dell’inflazione. Per gli addetti ai lavori comunque queste vendite sarebbero tecniche: il mercato orso, quello ribassista per intenderci, non figura fra gli scenari principali degli osservatori. L’orso sarebbe ancora in letargo quindi. Sappiamo comunque che, come per l’animale, anche per l’orso borsistico il letargo non è assoluto, a volte il plantigrado può uscire dalla tana per brevi periodi per procacciarsi del cibo e dare qualche zampata. E la zampata c’è stata: lunedì 5/2 il Dow Jones ha perso in poche ore fino a 1600 punti per poi chiudere con -1175.21 punti (-4.60%). L’ondata di vendite si è poi estesa agli altri continenti. Un crollo di questo tipo non si registrava dal 2011. La volatilità del mercato è più che raddoppiata passando da 17 a 37. Un portafoglio diversificato con investimenti decorrelati fra loro è la regola nella gestione patrimoniale. Nelle prossime settimane i mercati rimarranno fragili e per gli investitori è importante ripensare a dei ribilanciamenti di strategia per mantenere gli investimenti negli obiettivi di resa e di rischio previsti. Stiamo all’erta insomma!

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 09.02.18