investimenti

Tempo di bilanci

07-12-2018

Siamo entrati nell’ultimo mese dell’anno ed è ormai tempo di bilanci. Il 2018 è iniziato sulla scia di una crescita sincronizzata globale e sta terminando con la certezza di un rallentamento economico. Di quest’ultimo abbiamo avuto le prime avvisaglie a livello macro con il PIL del 3 trimestre risultato negativo in vari paesi europei fra cui la Svizzera. Un altro indicatore delle frenata dell’economia ce l’hanno fornito alcune  multinazionali le cui previsioni per il 2019 sono meno rosee rispetto al 2018. Le borse hanno reagito anticipando meno utili societari e maggiori rischi globali. Fra i rischi annoveriamo senz’altro la guerra commerciale fra USA e Cina, l’aumento dei tassi d’interesse e la fine delle politiche monetarie espansive da parte delle principali banche centrali. Uno studio recente della Deutsche Bank ha messo in evidenza come su 70 tipi di attivi d’investimento il 90% abbia avuto nel 2018 risultati negativi. Una circostanza simile si ebbe l’ultima volta negli anni ’30. Una situazione questa veramente eccezionale e agli antipodi rispetto al 2017 quando si ebbe solo l’1% degli attivi in perdita. Se osserviamo la settantina di indici azionari di MSCI, notiamo come solo quelli sul Nord America abbiano ancora risultati positivi su base annuale. Spiccano invece fra gli Emergenti le performance di Brasile (+17.15%) e di Russia (+13.67%). Dal canto loro, le gestioni patrimoniali in CHF delle grandi banche non hanno avuto scampo a prescindere dalla strategia adottata. Infatti un portafoglio obbligazionario puro segna un -3.7%, un bilanciato perde il 5.2%. L’oro, bene rifugio per eccellenza, in questo contesto di inflazione contenuta e rialzo dei tassi registra un -6%. A livello dei tassi d’interesse abbiamo assistito ad un loro regolare aumento da parte della Federal Reserve, mentre a livello di BCE e di BNS nulla si è mosso tanto che i decennali sono ancora negativi. Il CHF si è apprezzato del 3% contro Euro e deprezzato del 2% contro USD. La BNS possiede attivi per 843 mia di CHF pari al 125% del PIL. Se pensiamo che nell’eurozona il rapporto è al 50%, negli Usa al 25% ed in Giappone al 100%, ci rendiamo conto quale sia stata la forza d’urto della nostra banca centrale per contrastare l’apprezzamento del Franco. Strategia che si è concretizzata con l’acquisto di attivi finanziari. La BNS è salita “all’ottavo posto tra gli azionisti di Wall Street” tanto che “si calcola che ogni cittadino svizzero detenga un portafoglio azionario USA di 10'000 dollari” con le posizioni su Apple, Microsoft, Facebook fra le più ponderate. Ma l’ultimo mese dell’anno cosa ci riserva? Storicamente è positivo ed il rimbalzo lanciato dalla tregua sui dazi di tre mesi raggiunta a margine del G20 fra Trump e Xi Jinping, permetterà forse di recuperare parte delle perdite annuali. Buone Feste!

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 07.12.18

Mercati azionari in correzione

09-11-2018

Il mese di ottobre rappresenta a livello statistico un periodo ostico per le Borse e quest’anno ne abbiamo avuta  la conferma. Tutti i maggiori indici hanno subìto delle importanti vendite. L’ MSCI World è sceso del 15% dal top di gennaio. I listini statunitensi, ormai vicini ai picchi storici a fine settembre, con l’inizio della pubblicazione trimestrale dei risultati societari hanno cominciato a ripiegare. Abbiamo assistito ad alcune sedute con movimenti piuttosto bruschi, con ribassi giornalieri al di sopra del 2%. Da una parte, se guardiamo all’entità della correzione dello S&P 500 (-9.68% dall’1/10 al 29/10 punto di minimo), la stessa rientra nella “normalità”. Infatti dal 1980 le perdite massime annuali registrate dall’indice si attestano al 13.8%. Solo nel 2002 e nel 2008 i cali sono stati superiori al 20%. La storia ci dice quindi che questi ribassi sono fisiologici e che con il tempo vengono assorbiti. D’altra parte, la natura delle correzioni ha delle ragioni legate ai fondamentali macro e microeconomici. Negli Stati Uniti, per la prima volta da un decennio, i rendimenti reali sono positivi (+1%) in quanto le obbligazioni del Tesoro a dieci anni offrono rendimenti attorno al 3.3% e l’inflazione si situa al 2.3%. Ciò si traduce in una “nuova alternativa d’investimento”. Il premio di rischio, cioè l’extra-rendimento rispetto al tasso d’attività priva di rischio (i Buoni del Tesoro), sta scemando e di conseguenza si vendono le azioni. Azionariato sotto pressione anche a causa delle continue tensioni commerciali USA-Cina e delle previsioni di rallentamento economico. Sul fronte microeconomico invece assistiamo a pubblicazioni di risultati societari ancora molto buoni ma con prospettive meno rosee. La cautela sugli utili futuri di società come Apple, Amazon, Netflix, Caterpillar hanno accentuato i timori su una frenata della crescita globale e causato vendite importanti con variazioni di prezzo giornaliere superiori al -5%. Anche in Europa ed in Svizzera abbiamo assistito a questi “crash” su singoli titoli. Nei nostri listini, emblematici sono stati i crolli di due società di semiconduttori, AMS AG (-35% in due giorni) e VAT Group (-10% in un giorno). Malgrado questo turbinìo globale di vendite, lo SMI ha retto bene l’urto sul mese, perdendo “solo” l’1.15%. Le sue grandi capitalizzazioni, Novartis, Roche e Nestlé, hanno addirittura messo a segno delle plusvalenze provando come, in un contesto di mercato difficile, la qualità conti. Le sfide macro attuali saranno anche quelle dei prossimi mesi e quindi la volatilità permarrà. La buona notizia è che ora le valutazioni delle azioni sono più appetibili e che i prossimi due mesi statisticamente portano risultati positivi. Insomma, è tempo di ripensamenti e di ribilanciamenti che puntano alla qualità.

Fabrizio Marcon. L'Informatore, 09.11.18

A dieci anni dalla crisi

05-10-2018

“I mercati finanziari hanno appena concluso un mese che si è rivelato fra i più drammatici dalla crisi del 1929. Gli indici di borsa hanno bruciato migliaia di miIiardi di USD ritornando ai livelli di tre anni fa. Le pessime notizie si sono susseguite quasi ogni giorno in una spirale senza fine: ai fallimenti della Lehman Brothers e dell’AIG, “salvata” quest’ultima da un’operazione congiunta tra la Fed ed il Tesoro statunitense, si aggiungono i salvataggi governativi in Europa della Fortis e della Hypo Real Estate. Per uscire dall’impasse, alcune banche hanno cambiato la propria natura trasformandosi da banche d’investimento in banche universali (Morgan Stanley e Goldman Sachs). La crisi è profonda, di sistema, tanto che il governatore della Fed parla di “grave minaccia alla stabilità finanziaria degli USA””. Questo è ciò che scrivevamo in piena crisi finanziaria nel settembre 2008 per i “Nostri Soldi”. Dopo dieci anni possiamo affermare che la crisi ci ha ricordato “la fragilità delle cose” e condotto a dei correttivi del sistema. La gestione dei rischi globali è migliorata, tanto che con “Basilea III” le banche oggi sono più capitalizzate. Dal 2008 la storia dei mercati è quella di stimoli enormi da parte delle banche centrali. Queste hanno acquistato attivi per 14,5 trilioni di USD cioè il 18% del PIL mondiale. Stimoli che oggi vanno scemando; la Fed aumenta i tassi e la BCE sta terminando la politica espansiva. Intanto nel 2018 l’azionario USA mette a segno nuovi record. I migliori risultati d’investimento si sono ottenuti con un approccio di diversificazione globale. Questa strategia dovrebbe continuare a dare buone prospettive di performance grazie alla solida crescita economica globale, ad un’inflazione contenuta e a tassi reali negativi. In uno studio recente di UBS si afferma che “un ciclo economico maturo implica maggiore volatilità rispetto a quella vissuta negli ultimi anni”. Nei prossimi mesi la performance dei mercati sarà particolarmente sollecitata dall’aumento dei tassi statunitensi, dalla guerra commerciale, dall’aumento dei prezzi del petrolio e dal rallentamento della crescita cinese. Malgrado ciò, una strategia bilanciata in CHF che attualmente presenta risultati negativi (-2,2% p.a.) nei prossimi sette anni dovrebbe avere il doppio di probabilità di sovraperformare rispetto a sottoperformare la liquidità. Rimanere investiti e diversificati sembra quindi la scelta giusta per ottenere dei guadagni. C’è chi teme che dopo una decade di straordinari bassi tassi d’interesse si siano create distorsioni multiple nell’economia globale e nel sistema finanziario che condurranno ad un’altra crisi. Predire quale fattore potrebbe scatenare un’altra crisi è impossibile, ma Il Wall Street Journal ci prova: “Le minacce potenziali includono i “bad loans” (prestiti cattivi), l’abbandono dell’Euro, il debito cinese ed i terremoti”. Vedremo.

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 05.10.18

Un’estate altalenante

07-09-2018

L’estate è un periodo di vacanze ma non per i mercati finanziari che continuano imperterriti le contrattazioni caratterizzate però da volumi inferiori alla media annuale. La scarsità di investitori favorisce movimenti repentini dei prezzi come è successo per esempio nel settore della tecnologia statunitense. L’indice Nasdaq ha chiuso a fine agosto sui massimi ma alcuni dei suoi illustri componenti hanno subìto accelerazioni e brusche cadute. Facebook in una giornata ha perso il 25% azzerando tutti i guadagni dell’anno. Netflix ha corretto dai massimi di luglio del 12%, ma mantiene un eccellente +91.7% sull’anno. Tesla è scesa del 15% in luglio per poi risalire e riscendere del 25% su voci di privatizzazioni. Nella prima quindicina di agosto, i mercati hanno sofferto della vulnerabilità dei paesi emergenti: la svalutazione della Lira turca (-34% in un mese, -70% nel 2018) ha messo in discussione la tenuta di alcune banche europee particolarmente esposte al debito turco. Le svalutazioni hanno interessato anche il pesos argentino, il real brasiliano ed il rand sudafricano. L’euro si è deprezzato contro CHF e USD, monete rifugio per eccellenza. Fra i principali mercati azionari, solo gli indici statunitensi hanno messo a segno dei guadagni. Fra i 95 mercati azionari seguiti da Bloomberg, da maggio, ben 52 hanno fatto registrare delle perdite. Fra i peggiori a livello annuale troviamo gli indi cinesi CSI 300 (-17.6%) ed Hang Seng (-7.38%). La Cina sta pagando lo scotto per la guerra commerciale sui dazi con gli USA. A livello europeo, la borsa italiana è passata da principessa a maggio (+12%) a cenerentola oggi (-7%). Il programma del governo gialloverde non piace agli investitori internazionali perché irrispettoso delle regole europee sui bilanci.  Così lo spread fra debito italiano e tedesco rimane sui 300 punti. In Svizzera, gli investitori hanno rivalutato l’acquisto di titoli di qualità: Novartis, Nestlé e Roche hanno messo a segno nei mesi estivi importanti recuperi di prezzo che hanno permesso al nostro indice SMI di salire del 6%. Nello stesso periodo le gestioni patrimoniali delle banche in CHF sono migliorate; il fondo bilanciato UBS Strategy in CHF è salito da -3.6% di fine giugno a -1.6%. Per i prossimi mesi gli analisti rimangono positivi su crescita economica globale e risultati aziendali e gli investitori dovrebbero quindi mantenere un’allocazione strategica in azioni anche perché le valutazioni non sono alte malgrado i massimi toccati da alcuni mercati. La raccomandazione è di mantenere un’esposizione azionaria e valutaria neutrale rispetto al proprio profilo d’investimento per far fronte ai rischi chiave attuali. Infatti la guerra commerciale, il ciclo dei tassi negli USA, il rallentamento economico in Cina e l’alto prezzo del petrolio fanno presagire un autunno come l’estate…altalenante.

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 07.09.18

Sui mercati pesa il rischio di una guerra commerciale

06-07-2018

Alle borse non piace l’incertezza e di fronte ai rischi di una guerra commerciale che coinvolge le maggiori economia mondiali, l’andamento delle azioni risulta fortemente irregolare. Eppure il mese di giugno era cominciato positivamente, tanto che l’indice MSCI World è salito fino al 14 giugno, dopo di che vi sono state le prime avvisaglie di ribasso e poi le vendite si sono accelerate fino a fine mese. La Fed statunitense ha deciso di aumentare i tassi di un quarto di punto e a sorpresa ha anche anticipato che nell’anno vi saranno non tre ma quattro interventi sui saggi. La Banca centrale europea ha dal canto suo confermato la cessazione in dicembre del programma da 2500 miliardi Euro di acquisto di obbligazioni e detto che “non prevede aumenti dei tassi almeno fino all’estate 2019”. Le due notizie hanno avuto come conseguenza immediata un violento deprezzamento del cambio €/$ che è passato da 1.1792 a 1.1576 (ora 1.17). L’economia statunitense continua a crescere ma in prospettiva gli investitori stanno tenendo sotto stretta osservazione l’inflazione e la curva del debito statunitensi. La prima è balzata al 2.8% sulla spinta dell’aumento dei salari ed in seconda battura del costo dell’energia. Una notizia tecnicamente buona (l’aumento della capacità reddituale delle famiglie) si è trasformata però in preoccupazione per gli addetti ai lavori in quanto “un’inflazione più alta implica in prospettiva tassi di interesse più alti che penalizzano le azioni, i cui dividendi distribuiti iniziano a patire (nel calcolo del rischio/opportunità) la concorrenza dei titoli obbligazionari”. La seconda fonte di preoccupazione è la curva del debito negli Stati Uniti, con la distanza tra i rendimenti a 10 anni (2,93%) e quelli a 2 anni (2,78%) ormai ridotto al lumicino (15 punti base non si vedevano dal 2007!). Per gli addetti ai lavori quando la curva si appiattisce non è un bel segnale di fiducia per il futuro, perché può significare recessione. Tornando ai dazi commerciali. Trump pare intenzionato a proseguire nel doppio attacco a Cina e Germania, i due Paesi che in questo momento generano più surplus nelle esportazioni. Il settore più toccato è quello automobilistico. I produttori tedeschi VW, BMW e Daimler, che fabbricano auto negli Usa per esportarle in Cina, hanno perso in poche sedute attorno al 10%. Adesso c’è l’estate di mezzo, statisticamente non il momento migliore per i mercati azionari. A livello tecnico il mese di luglio è visto al ribasso. Sappiamo (con il senno del poi, è vero) che le previsioni sono fallaci. Un esempio eclatante è quello di UBS su Russia 2018. La banca ha impiegato 18 analisti per 10'000 simulazioni su computer al fine di determinare il vincitore del mondiale di calcio. Il risultato? La Germania! E’ vero che il calcio non è la finanza, ma le previsioni…sono previsioni. Buona estate! 

Fabrizio Marcon, L'Informatore, 06.07.18

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